Il 29 gennaio l’assemblea nazionale del Venezuela ha approvato una riforma della legge sugli idrocarburi che apre il settore alle aziende straniere e che probabilmente ridurrà i canoni di concessione per estrarre il greggio. Secondo gli esperti la decisione di Caracas dimostra che Washington è tornata all’era della cosiddetta diplomazia delle cannoniere, in cui gli Stati Uniti imponevano la supremazia militare per costringere i paesi dell’America Latina a cedere al loro volere.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez, nominata dopo che gli Stati Uniti il 3 gennaio avevano catturato il leader venezuelano Nicolás Maduro, ha esaudito le richieste di Washington di aprire l’industria petrolifera nazionale. La nuova legge dà alle compagnie straniere un controllo operativo sulla produzione di greggio, relegando a un ruolo secondario l’azienda petrolifera statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa). La riforma prevede anche una riduzione delle tasse sulla produzione destinate al governo venezuelano e permette alle aziende coinvolte di risolvere le dispute rivolgendosi a organismi internazionali, senza passare per il sistema giudiziario venezuelano. Tuttavia i cambiamenti sono stati meno profondi di quelli che speravano alcuni investitori. La Pdvsa, per esempio, resterà sotto il controllo dello stato.
Allentare le sanzioni
La riforma cancella gran parte della nazionalizzazione portata avanti dai governi dell’ex presidente Hugo Chávez (1999-2013), che aveva spinto alcuni colossi statunitensi come la Exxon Mobil e la ConocoPhillips a lasciare uno dei paesi con le maggiori riserve di greggio al mondo. “Penso che sia un passo avanti importante”, sostiene Alejandro Grisanti, un economista venezuelano che gestisce la società di consulenza Ecoanalítica. Secondo lui la riforma potrebbe incrementare la produzione di petrolio di quasi 300mila barili al giorno (il livello attuale è di circa un milione di barili). La norma è “molto pragmatica” perché migliora le condizioni per le grandi aziende che già operano nel paese, come Chevron, Repsol ed Eni, oltre che per gli operatori minori che sono disposti ad accettare rischi alti.
Tuttavia Grisanti dubita che la legge possa innescare un’ondata di investimenti dei colossi come la Exxon Mobil, il cui amministratore delegato ha già espresso forti dubbi sull’ipotesi di un ritorno in Venezuela. “A prescindere dalla struttura legale, molti giganti del settore non investiranno in Venezuela, vista la sua storia di espropriazioni e nazionalizzazioni”, afferma l’economista.
La riforma dovrebbe in ogni caso dare vitalità all’economia venezuelana, fortemente dipendente dal petrolio e devastata negli ultimi dieci anni dal crollo degli introiti, dalle sanzioni statunitensi e dalle espropriazioni. Anche l’infrastruttura energetica del Venezuela, che è in gran parte fatiscente, ha bisogno di un intervento.
Secondo Grisanti, se la riforma porterà grossi investimenti petroliferi, quest’anno la crescita economica del paese potrebbe arrivare al 15 per cento. In qualsiasi altro luogo si parlerebbe di boom economico, ma il Venezuela parte da una situazione critica. Poco dopo l’approvazione della legge, l’amministrazione Trump ha annunciato che avrebbe allentato le sanzioni. Questo dovrebbe eliminare le restrizioni per le aziende statunitensi sul trasporto, lo stoccaggio, l’esportazione e l’acquisto di greggio venezuelano.
◆ Il 30 gennaio 2026 la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez **ha annunciato che chiederà all’assemblea nazionale di approvare una legge di amnistia per liberare centinaia di prigionieri politici detenuti nelle carceri del paese. “Questa legge deve servire a riparare le ferite lasciate dal confronto politico, dalla violenza, dall’estremismo, a riportare la giustizia nel nostro paese e la convivenza tra i venezuelani e le venezuelane”, ha detto. Secondo l’ong Foro penal oggi in Venezuela ci sono circa settecento prigionieri politici. **Bbc
La manovra di Caracas ha ricevuto anche delle critiche. “In un colpo solo sono stati spazzati via settant’anni di conquiste nazionali. Vogliono cancellare il pensiero petrolifero nazionalista del paese”, ha scritto sui social media Rafael Ramírez, ex ministro del petrolio e delle miniere.
Per allontanare i timori sull’instabilità del Venezuela, la nuova legge permetterà alle aziende energetiche straniere di risolvere le controversie in sedi arbitrali fuori dal paese invece di dipendere da un sistema giuridico noto per essere poco indipendente. “Allentare il controllo dello stato, creando una maggiore autonomia operativa, è un’ottima notizia per gli investitori privati”, dice Norma Mozeé, ex diplomatica dell’ambasciata statunitense a Caracas.
Mozeé, che durante il primo mandato di Trump aveva contribuito a elaborare un piano di ripresa per l’industria petrolifera venezuelana, è prudente quando parla dell’impatto della riforma. Potrebbero nascere problemi legali relativi alla divisione della produzione, che in futuro dovrebbe permettere agli operatori privati di recuperare più del 50 per cento del petrolio che producono.
“Gli investitori cercano stabilità politica ma anche legislativa e giuridica. L’attuale governo, in continuità con quello di Maduro, non ha dimostrato di voler proteggere gli interessi esterni”, sostiene Mozeé. “Servirà tempo per ricostruire la fiducia”.
Minacce esterne
L’obiettivo della riforma è attirare gli investimenti delle grandi aziende ma anche degli operatori più spregiudicati che scavano pozzi esplorativi. Alex Cranberg, che si descrive come un esploratore petrolifero indipendente e dice di aver partecipato questo mese all’incontro fra Trump e i dirigenti del settore petrolifero statunitense, è attratto da un insieme di opportunità a breve e lungo termine, ma è anche preoccupato dalla tendenza del Venezuela a cambiare improvvisamente le leggi sul petrolio, in questo caso sotto la minaccia di un intervento militare di Washington.
“Le leggi che si basano solo sulla potenza dell’esercito degli Stati Uniti non basteranno”, spiega. “Il governo venezuelano e gli investitori devono convincersi a vicenda di essere partner affidabili e preziosi nella costruzione della prosperità”.◆as
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati