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Il processo a Ratko Mladić entra nella fase finale

Ratko Mladić al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, all’Aja, il 3 giugno 2011. (Serge Ligtenberg, Getty Images)

All’inizio del processo davanti al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij), nel maggio del 2012, Ratko Mladić voleva presentarsi in uniforme, con le sue stelle di generale sulle spalline. Quattro anni e 370 testimoni dopo, l’ex capo militare dei serbi di Bosnia “si presenta come un ufficiale poco credibile”, ha detto il procuratore Alain Tieger il 5 dicembre, il primo giorno della requisitoria finale. Un generale che avrebbe ordinato le operazioni militari ma completamente ignorato le stragi di civili, nonostante le ripetute segnalazioni della comunità internazionale e dei mezzi d’informazione. “La pulizia etnica non era la conseguenza della guerra ma era il suo obiettivo”, ha ribadito Tieger.

L’ex capo militare, scelto tra gli ufficiali di Belgrado da Radovan Karadžić nel maggio 1992, getta sui suoi subordinati e sui capi politici serbi della Bosnia la responsabilità dei crimini di cui è accusato: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra per la pulizia etnica delle città e dei villaggi della Bosnia Erzegovina, per i 44 mesi dell’assedio di Sarajevo, bombardata, presa di mira dai cecchini e affamata; per il massacro di Srebrenica e per la presa in ostaggio dei caschi blu delle Nazioni Unite, usati come scudi umani per impedire qualunque intervento della Nato, mentre i capi serbi della Bosnia preparavano l’operazione per riprendere le enclave di Zepa e Srebrenica, dichiarate “zone protette” dall’Onu. Qui nel luglio 1995 furono massacrati più di settemila musulmani e deportate le loro donne e i loro bambini.

Personaggio chiave nella strada verso l’inferno
Mladić non ha solo organizzato questa politica di pulizia etnica, ma ha anche preso parte alla sua pianificazione in “un’associazione a delinquere” alla quale “partecipavano le autorità della Serbia, compreso Milosevic”, l’ex presidente serbo, che garantiva l’aiuto del suo esercito e dei suoi terribili servizi segreti, ricorda il procuratore.

Non appena Tieger evoca il massacro di civili, l’ufficiale Mladić, sul banco degli imputati, si arrabbia, il volto diventa rosso e le sopracciglia si aggrottano, ma approva annuendo con la testa quando il procuratore parla delle sue conquiste militari, evocando il “buon comandante” scelto per guidare l’esercito che avrebbe messo in ginocchio la Bosnia e per modificare la composizione etnica della Bosnia Erzegovina.

Il presidente dei serbobosniaci Karadžić aveva detto che l’indipendenza era “un’autostrada verso l’inferno e la sofferenza” e che “Mladić era un personaggio chiave di questa strada verso l’inferno”, assicura il procuratore statunitense. Per “mettere in pratica il loro piano” aspettavano “l’errore” di Alija Izetbegović, presidente della Bosnia Erzegovina. E questo arrivò in occasione dell’indipendenza del paese, nel marzo 1992.

Due mesi dopo il parlamento autoproclamato dei serbi di Bosnia adottava i sei obiettivi strategici che Mladić aveva sintetizzato in poche righe sul suo diario di guerra, sequestrato dalla polizia serba nel suo appartamento a Belgrado e diventato una prova dell’accusa: “Separarsi dai croati e dai musulmani per sempre”, “una parte di Sarajevo deve essere nostra”, abbiamo bisogno di “uno sbocco al mare” e “di stabilire un legame con la Serbia sulla Drina”, il fiume che segna la frontiera fra la Serbia e la Bosnia.

L’imputato osserva il pubblico, da cui è separato da un vetro antiproiettile. Dietro il vetro ci sono le ‘madri di Srebrenica’

“Le persone e i popoli non sono delle pedine né delle chiavi in tasca, che possono essere messe qua e là. Si tratta di qualcosa facile da dire, ma difficile da fare”, diceva davanti al parlamento dei serbi di Bosnia nel 1992. Dopo quattro anni di guerra e quasi centomila morti, i serbi di Bosnia presero il controllo sulla loro entità all’interno di una Bosnia Erzegovina ingovernabile. “Chi ha i territori può disegnare la carta”, avrebbe detto Mladić durante i negoziati.

L’imputato osserva il pubblico, da cui è separato da un vetro antiproiettile. Dietro il vetro ci sono le “madri di Srebrenica”, presenti ogni volta che questo tribunale, creato dall’Onu nel 1993, ha giudicato gli autori dei massacri del luglio 1995.

In trenta secondi
Di fronte all’imputato Mladić che, per bocca dei suoi avvocati, oggi si presenta come il difensore dei musulmani di Bosnia, il procuratore ricorda i suoi discorsi davanti parlamento dei serbi di Bosnia, le intercettazioni telefoniche di conversazioni con i suoi comandanti, i video. Tutte prove per l’accusa che dimostrano i piani di Mladić, dice il procuratore di fronte ai tre giudici.

“In 30 secondi viene detto tutto”, dichiara Tieger prima di diffondere un video del luglio del 1995, girato all’hotel Fontana, in cui si vede l’imputato mentre lancia un ultimatum a un terrorizzato Nesib Mandić, il rappresentante dei civili di Srebrenica. Al maggiore Van Dujin, ufficiale del battaglione dei caschi blu olandesi che dovevano proteggere l’enclave di Srebrenica, Mladić avrebbe assicurato: “Tra dieci anni l’esercito serbo sarà in Olanda per proteggervi dai musulmani e dagli altri”, minacciando di uccidere il suo interprete quando l’ufficiale aveva cercato di impedire la separazione delle donne dagli uomini.

Mladić è arrivato all’Aja nella primavera del 2011, con le manette ai polsi, piuttosto indebolito dopo sedici anni di fuga e due ictus. La requisitoria del procuratore finisce il 7 dicembre, prima di lasciare la parola alla difesa. Mladić rischia una condanna all’ergastolo.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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