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Lo Zimbabwe sprofonda ancora nei suoi debiti

Prima di una protesta contro l’inflazione ad Harare, in Zimbabwe, il 16 agosto 2019. (Tafadzwa Ufumeli, Getty Images)

Lo Zimbabwe sta sprofondando in un altro gravissimo periodo di inflazione e disperazione economica, il secondo nel giro di dodici anni.

Durante il primo, nel 2008, i tassi d’inflazione sono stati stratosferici. Alcuni rapporti parlavano a un certo punto di tassi al 230 milioni per cento, altri di percentuali ancora più alte.

La crisi è sfociata in elezioni fortemente contestate, vinte dall’opposizione ma dopo le quali il defunto Robert Mugabe si era ritrovato ancora una volta sulla poltrona di presidente a seguito di un accordo di condivisione del potere stretto con l’opposizione. Per stabilizzare l’economia era stato abolito il dollaro zimbabweano, privo di valore, dando alle persone la possibilità di usare un insieme di valute straniere, principalmente il dollaro statunitense. Il problema a quel punto era stato procurarsi i dollari americani, cosa avvenuta soprattutto attraverso i prestiti.

Nel 2019, quasi due anni dopo l’insediamento di Emmerson Mnangagwa alla carica di presidente, l’inflazione dello Zimbabwe è ufficialmente al 176 per cento, la più alta del mondo dopo il Venezuela.

Questa percentuale ufficiale però è quasi sicuramente falsa. Secondo i miei calcoli, basati sui prezzi osservati nel corso delle elezioni del 2018 in Zimbabwe e su quanto mi riferiscono persone che si trovano in Zimbabwe adesso, l’inflazione dovrebbe aggirarsi attorno al 600 per cento. E questo all’interno di ciò che resta dell’economia formale. Il ricorso al mercato nero per garantirsi beni di prima necessità come il pane o il carburante, non disponibili altrove, implica un tasso di inflazione parallelo ancora più alto, che si aggira secondo i miei calcoli intorno all’800 per cento. E la pubblicazione dei dati ufficiali sull’inflazione è stata sospesa per sei mesi.

I ricchi e i potenti si sono rifiutati di fare sacrifici, mentre i poveri sono diventati ancora più poveri

L’incapacità del governo di pagare le importazioni di elettricità si è tradotta in interruzioni nell’erogazione di energia elettrica fino a diciotto ore al giorno. Questo è dovuto in parte alle scarse piogge e ai livelli bassi del lago Kariba, da cui proviene una larga parte dell’energia idroelettrica consumata nel paese, mentre circolano voci addirittura sul possibile smantellamento di questa centrale idroelettrica. Anche se così non dovesse essere, le turbine di Kariba non sono certo in buone condizioni e perfino in stagioni di precipitazioni abbondanti lo Zimbabwe deve fare affidamento su rifornimenti provenienti dal Sudafrica e dal Mozambico. Questi paesi adesso vogliono essere pagati.

Lo slogan quasi disperato di Mnangagwa per lo Zimbabwe è che il paese adesso è “aperto agli affari”. Le elezioni del 2018, che avrebbero dovuto legittimare la sua presidenza, sono state tuttavia segnate da violenze e morti, al punto che nessun gruppo di osservatori le ha convalidate definendole libere e imparziali. In questa situazione, le promesse iniziali agli investitori stranieri sono svanite nel nulla.

I dollari hanno cominciato a scarseggiare, generarne di nuovi è diventato impossibile e il nuovo ministro delle finanze, il tecnico Mthuli Ncube, ha avviato provvedimenti disperati ma assolutamente ortodossi per instillare un po’ di disciplina in un’economia fuori controllo. I ricchi e i potenti si sono rifiutati di fare sacrifici, mentre i poveri sono diventati ancora più poveri.

Un controllo rigido
In carica ormai da quasi un anno, Ncube ha imposto un freno a una parte degli sperperi nella spesa pubblica ed è riuscito a ottenere un aumento del gettito fiscale. I suoi provvedimenti però non sono stati graditi, e soprattutto agli imprenditori più poveri sono apparsi come disincentivi a investire nella produttività futura.

Uno dei suoi primi provvedimenti, fortemente impopolare, è stato quello di tassare le transazioni finanziarie fatte tramite telefono. Quella che stava cominciando a diventare una fiorente cibereconomia ha subìto all’improvviso un duro colpo. È come se Ncube volesse solo transazioni in denaro contante, per quanto privo di valore, in modo che lui e il suo governo possano controllarle.

A giugno ha introdotto un nuovo dollaro zimbabweano, mettendo fuori legge l’uso di quello statunitense. Questo provvedimento ha già provocato una rapida erosione del potere d’acquisto. La nuova valuta è scambiata a circa dieci contro un dollaro statunitense. Ncube ha difeso la sua decisione, ma i critici sono ancora molti.

In assenza di incentivi alle piccole imprese che fanno da ponte tra l’economia formale e quella informale, tante famiglie dipendono dai salari guadagnati da familiari impiegati nel settore pubblico, un totale di circa 400mila persone. Tenuto conto dell’assenza di valore reale del dollaro zimbabweano, con ogni probabilità vivono con meno di due dollari statunitensi al giorno. Questo non basta a far sopravvivere le loro famiglie, per non parlare delle più ampie reti di parenti.

La fissazione di Ncube per il controllo dimostra l’impasse di un governo che non ha più idee né, soprattutto, fiducia nell’iniziativa imprenditoriale e nell’emancipazione.

Il piano sbalorditivo di Ncube
In un’intervista rilasciata a Bloomberg alla metà di agosto, Ncube ha detto di voler istituire una commissione sulla politica monetaria composta da nove membri che ridurrà i tassi di interesse del 50 per cento. Nel giro di 12-18 mesi lo Zimbabwe ha programmato di vendere titoli di stato di durata anche trentennale per finanziare gli investimenti nelle infrastrutture. Col tempo, ha detto, si avvicinerà ai mercati internazionali. Non ha ancora spiegato però come questo potrà avvenire.

A incombere su questa situazione ci sono le dimensioni del debito che lo Zimbabwe deve rimborsare prima che gli investitori considerino il paese un possibile rischio in vista di nuovi prestiti di liquidità. Si stima che il debito sia compreso tra i nove e i trenta miliardi di dollari statunitensi.

Secondo quanto dichiarato da Ncube, con i creditori è in corso una discussione riguardo a un piano di rientro del debito in base al quale lo Zimbabwe dovrebbe completare un programma monitorato da funzionari del Fondo monetario internazionale (Fmi) entro il gennaio 2020. A Bloomberg ha dichiarato che a quel punto lo Zimbabwe chiederà in prestito al gruppo dei paesi del G7 1,9 miliardi di dollari, la cifra dovuta alla Banca mondiale e alla Banca africana di sviluppo (Afdp). Questo dovrebbe consentirgli di ottenere un alleggerimento del debito di un miliardo di dollari da parte della Banca mondiale e della Afdb, che a quel punto verrebbe restituito al G7.

Si tratta però di una strategia sbalorditiva, basata sulla capacità e sulla credibilità di prendere in prestito soldi per restituire altri soldi. E non c’è alcun segnale del fatto che il G7 possa prestare cifre così consistenti allo Zimbabwe se prima non saranno messe in campo riforme economiche e, soprattutto, politiche.

Il fatto stesso che lo Zimbabwe riesca a completare il programma monitorato da funzionari dell’Fmi entro gennaio rappresenta un enorme punto interrogativo. Le condizioni poste dall’Fmi non sono certo facili.

Essendosi spinto fino a questo punto, Ncube non ha altra scelta se non sperare che le sue politiche funzionino. Ha ereditato un caos di dimensioni gigantesche. È stato come se il partito di governo Zanu-Pf, il governo e la classe dominante avessero pensato che la baldoria sarebbe potuta andare avanti per sempre. Ci sarebbe stato sempre qualcuno disposto a prestare altri soldi.

Ncube ha capito che questo non sarebbe durato. La sua soluzione però sembra solo un altro modo per chiedere in prestito altri soldi. La prima terribile verità è che lo Zimbabwe non sarà salvato da denaro zimbabweano. La seconda terribile verità è che potrebbe essere impossibile, ancora per molto tempo, salvare l’economia zimbabweana.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito su The Conversation.

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