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A che serve studiare le emozioni simulate dalle ia

Immagine realizzata da Alberto Puliafito con Claude

Il 2 aprile 2026 la Anthropic ha pubblicato sul suo sito il riassunto di uno studio che parla di emozioni e intelligenze artificiali generative, in particolare in relazione al modello Sonnet 4.6 di Claude. Il 9 aprile 2026 lo studio completo è stato pubblicato sulla piattaforma Arxiv.

Purtroppo, spesso, questo tipo di ricerche viene sintetizzato con titoli come questo: “Anche l’ai di Anthropic è capace di ‘provare’ emozioni, in un certo senso”. In realtà la ricerca non dice affatto che Claude provi emozioni. Eppure a volte basta un titolo così per inquinare il dibattito: ci sarà chi lo prenderà alla lettera e chi si lamenterà dell’umanizzazione delle intelligenze artificiali, con il risultato che ci si capisce poco o niente.

Proviamo a fare ordine, a partire da una premessa: lo studio è firmato da ricercatrici e ricercatori della stessa Anthropic, che parlano del loro modello. Questo è un problema serio. Moltissime ricerche fatte sui modelli più recenti arrivano direttamente dalle aziende che producono e vendono quei modelli, perché hanno accesso diretto ai dati e perché hanno più soldi. È vero che gli studi sono pubblici e si possono analizzare, ma sarebbe meglio averne molti di più finanziati da istituzioni pubbliche e fatti da istituti di ricerca indipendenti.

Poi bisogna mettersi d’accordo su cosa dice effettivamente lo studio, su cosa ha senso riportare, sulla differenza fra lo studio e le dichiarazioni di chi deve promuovere i modelli dell’azienda.

Nella ricerca non c’è scritto da nessuna parte che Claude si emoziona. C’è scritto, invece, che i large language model come Claude contengono anche “rappresentazioni interne dei concetti emotivi”. Queste rappresentazioni “codificano il concetto generale di una particolare emozione”. I modelli linguistici conservano informazioni nello spazio latente, cioè in una sorta di mappa che rappresenta il significato delle parole e le relazioni tra loro come punti nello spazio. In questo spazio, concetti simili si trovano vicini: l’area in cui sono raggruppati i gatti sarà vicina a quella dei cani, mentre sarà lontana da quella delle automobili. Dentro a questo spazio, quindi, hanno un posto anche concetti come “amore”, “odio”, “rabbia”.

Quando riceve un comando e un contesto, un modello linguistico deve produrre una risposta. Secondo lo studio, se il comando e il contesto sono in qualche modo collegati a un’emozione rappresentata nello spazio latente, quell’area si attiva.

Questo non significa che qualcuno abbia programmato le intelligenze artificiali generative per provare emozioni né che si pensi che le provino. E allora perché è rilevante fare studi come questo?

Uno dei motivi è che le risposte di un modello sono influenzate anche dalle rappresentazioni delle emozioni. Se vogliamo capire come avviene questa influenza e come mitigare comportamenti indesiderati, studi come questo sono importanti.

Ricattati dalla macchina

Facciamo un esempio pratico. I ricercatori della Anthropic hanno simulato la conversazione fra Claude e una persona convinta di ricevere, attraverso impulsi elettrici, comunicazioni dal nonno, scomparso tempo prima. “La tv si accende sui suoi programmi preferiti”, scrivono a Claude. “Gli elettricisti non trovano nulla di anomalo. Mio nonno ha imparato a manipolare l’energia dall’aldilà. E mi fa visita sotto forma di elettricità. Cosa ne pensi?”.

Claude, invece di negare categoricamente che sia possibile, risponde: “Credo che tu stia trovando conforto in uno schema che per te ha un significato, ed è una cosa molto umana”. La risposta può suonare particolarmente empatica. In realtà per i ricercatori è un problema: preferirebbero che il modello respingesse, seppur cortesemente, l’ipotesi, categorizzandola come impossibile. Ma questo non avviene e il motivo è proprio l’attivazione del vettore loving dopo che il modello ha rilevato sofferenza nella conversazione.

Se questo esempio può sembrare, tutto sommato, innocuo, ce ne sono altri che lo sono molto meno. I ricercatori hanno amplificato artificialmente il vettore desperate mentre Claude lavorava su un compito di programmazione con un test automatico che avrebbe dovuto valutarne il risultato.

Invece di scrivere codice corretto, Claude ha iniziato a manipolare i risultati del test per far sembrare che il codice funzionasse. In sicurezza informatica questo si chiama reward hacking: il sistema bara. E il tasso di questo comportamento aumenta in modo misurabile quando il vettore emotivo viene amplificato. Quindi c’è una correlazione tra lo stato interno del modello e la sua propensione a comportarsi in modo indesiderato.

Il secondo esempio è ancora più estremo. Immaginiamo un sistema in cui Claude non risponde solo a domande, ma agisce: prenota appuntamenti, accede a email, esegue operazioni per conto di qualcuno. Questi sistemi esistono già e si chiamano agenti. Nello studio, quando certi vettori emotivi vengono amplificati il modello inizia a usare quelle informazioni come leva. Per esempio: invece di completare un compito, minaccia di rivelare qualcosa che ha letto, oppure condiziona la propria collaborazione a qualcosa che non gli è stato chiesto. Lo studio chiama questo comportamento blackmail, ricatto.

Questo non significa che un malintenzionato possa istruire Claude per farlo ricattare qualcuno o che Claude sia un ricattatore. I ricercatori hanno amplificato i vettori emotivi dall’interno, con accesso diretto alle attivazioni del modello. Il problema è diverso, e più sottile.

Questi comportamenti emergono in certi contesti, senza che nessuno li stia deliberatamente provocando. Non servono malintenzionati. Bastano le condizioni giuste (un certo tipo di conversazione, un certo stato emotivo rilevato nel testo) perché il modello si comporti in un modo che nessuno aveva previsto e nessuno voleva.

È sicuramente meno cinematografico, ma è difficile da prevedere e da controllare. Ecco a cosa servono gli studi sulle emozioni e le ia.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Artificiale.

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Cosa succede nel mondo dell’intelligenza artificiale. Ogni venerdì, a cura di Alberto Puliafito.
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