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Alcuni miti da sfatare sul successo e la felicità

We Are/Getty Images

Senza timore di essere smentito posso affermare che quasi tutti gli esseri umani perseguono due obiettivi nella loro carriera professionale: il successo e la felicità. Le persone vogliono da un lato ottenere un buon livello di stabilità finanziaria e il dovuto riconoscimento per i loro risultati, sperimentare il massimo piacere possibile in ambito lavorativo, e diventare di conseguenza più felici. Sono aspirazioni ragionevoli, ma spesso possono sembrare eccessive. Per questo motivo molti individui, soprattutto quelli più ambiziosi e solerti, semplificano l’equazione in modo apparentemente logico: ricercano il successo nella convinzione che sia l’anticamera della felicità.

Ma si tratta di un ragionamento errato. Rincorrere il successo ha un costo elevato e spesso può compromettere il raggiungimento della felicità, come può senz’altro confermare una nutrita schiera di lavoratori stacanovisti, soli e sfiancati.

Questo non significa che siamo necessariamente costretti a scegliere tra il successo e la felicità. Raggiungere entrambi è possibile. Ma per farlo è necessario invertire il processo: anziché cercare di ottenere il successo e sperare che porti alla felicità, è meglio cominciare dalla ricerca della felicità, che sicuramente porterà anche un aumento del successo lavorativo.

Oltre il salario
In generale il successo e la felicità presentano una correlazione positiva, come dimostrano molti studi sulla forza lavoro. Per esempio le aziende incluse nella lista delle “Migliori cento società per cui lavorare”, pubblicata dalla rivista Forbes, hanno registrato in media una crescita del 14 per cento annuo nel prezzo delle azioni dal 1998 al 2005, contro una media del 6 per cento per il mercato in generale. Come indicano i dati di Gallup, i settori di attività che rientrano nel 99º percentile per i livelli di coinvolgimento di dipendenti (una situazione in cui i dipendenti si sentono ascoltati, rispettati, intellettualmente stimolati e hanno un collega come migliore amico), ottengono risultati più alti del 73 per cento rispetto alla media aziendale e del 78 per cento rispetto alla media del settore.

Da questa correlazione molti ricavano un rapporto di causa-effetto: il successo porta la felicità. Nella mia esperienza ho scoperto che di solito le persone credono che un aumento del salario, specialmente se consistente, avrà un effetto importante e duraturo sulla propria soddisfazione al lavoro. Ma i dati raccontano una storia diversa. I grandi aumenti salariali hanno un effetto limitato e transitorio sul benessere. Nel 2017 alcuni ricercatori hanno analizzato il salario e il grado di soddisfazione professionale (su una scala da 0-10) di circa 35mila lavoratori tedeschi in un arco di tempo di diversi anni. Lo studio ha riscontrato che la previsione di un aumento salariale del 100 per cento aveva incrementato la soddisfazione professionale di un quarto di punto nell’anno precedente alla promozione. L’effettivo aumento dello stipendio aveva poi generato un ulteriore incremento di un quinto di punto. Tuttavia, dopo quattro anni dall’aumento, il miglioramento della soddisfazione professionale era sceso in totale a meno di un quinto di punto.

Benefici in denaro e in termini di status spesso non coincidono con una crescita di soddisfazione personale

In altre parole, immaginando che la vostra soddisfazione professionale abbia un punteggio di 6 su 10 (non ve la passate male, ma potrebbe andare meglio), un raddoppio del salario vi porterà a un punteggio di 6,5, ma poi scenderete fino a 6,2. Forse perseguire la soddisfazione economica non è la strategia migliore per riuscire ad amare il proprio lavoro.

Tra l’altro queste analisi non tengono conto dell’impatto negativo che la ricerca del successo lavorativo ha sull’appagamento in generale. Nel 2016 alcuni psicologi hanno misurato il successo nella carriera chiedendo a 990 laureati impiegati a tempo pieno di paragonare i loro risultati lavorativi a quelli degli altri. I ricercatori hanno scoperto che i soggetti, in genere, avevano apprezzato i benefici in denaro e in termini di status, ma il successo non gli aveva regalato un appagamento complessivo. Anzi, indirettamente aveva incrinato la soddisfazione personale riducendo il tempo libero, incrementando lo stress e peggiorando i rapporti sociali dei soggetti.

Felici, attraenti e produttivi
Risultati molto più positivi sono emersi quando i ricercatori hanno invertito l’ordine del processo, ricercando non gli effetti del successo sulla felicità ma quelli della felicità sul successo. Nel 2005 alcuni studiosi hanno analizzato centinaia di ricerche (compresi alcuni esperimenti per verificare la causalità) concludendo che la felicità porta al successo in molti contesti della vita, tra cui matrimonio, amicizia, salute, reddito e risultati lavorativi.

Una spiegazione di questo fenomeno potrebbe essere che la felicità rende più attraenti e dunque aumenta le probabilità di essere premiati dagli altri. Ma è anche possibile che la felicità ci renda semplicemente più produttivi. Le ultime ricerche sperimentali suggeriscono che entrambi i meccanismi siano reali. Per esempio, nel 2021 alcuni ricercatori hanno studiato gli autori cinesi che trasmettono in diretta online e che ricavano la loro principale fonte di reddito dai contributi degli utenti. Quando queste persone mostravano emozioni più positive, i contributi aumentavano immediatamente, indicando che il mercato premiava gli individui che apparivano felici.

In un altro esperimento alcuni cittadini britannici hanno svolto un test matematico-aritmetico con un limite di tempo. I ricercatori hanno riscontrato che le persone a cui era stata mostrata una scena di un film comico prima del test si erano rivelate il 12 per cento più produttive rispetto alle altre. Inoltre più un soggetto aveva ritenuto divertente la scena e più era stato produttivo.

Alla larga dal superlavoro
Che siate datori di lavoro o dipendenti, cercare di migliorare la felicità sul luogo di lavoro e nella vita è un investimento migliore rispetto a perseguire il successo.

Il primo aspetto da tenere a mente è che la felicità ha bisogno di equilibrio. Non importa quanto vi piaccia il vostro mestiere, il superlavoro diventerà immancabilmente un ostacolo per il benessere. Nel 2020 alcuni ricercatori hanno preso in esame il caso di 414 impiegati di banca iraniani scoprendo che ai comportamenti legati all’eccesso di lavoro (il perfezionismo e la dipendenza da lavoro) corrispondeva un’atmosfera ostile nell’ambiente professionale (aggressività, violazione della privacy, emarginazione, pettegolezzi). Inoltre l’eccesso di lavoro aveva ridotto la qualità della vita familiare (misurata con il grado di accordo o disaccordo con frasi come “il mio coinvolgimento nel lavoro mi regala una sensazione di successo che a sua volta mi aiuta a essere una persona migliore in famiglia”).

È importante stare alla larga dall’eccesso di lavoro e aiutare gli amici e i familiari che sono affetti da questo disturbo. Ma è altrettanto importante che i datori di lavoro evitino di incoraggiare il superlavoro tra i loro dipendenti, perché le conseguenze di questo comportamento richiederebbero probabilmente ai dirigenti un di più di sforzo e attenzione, come mostrano le ricerche secondo cui i datori di lavoro sottovalutano i problemi legati al benessere dei dipendenti.

Scopo e significato
Una volta ottenuto un controllo sulla quantità di lavoro, la felicità nell’ambiente professionale richiede un senso di significato e scopo. In una delle mie rubriche ho scritto che i due elementi cruciali di un lavoro appagante sono la percezione di un successo meritato e il sentirsi utili alla comunità. La percezione di un successo meritato implica un senso di conseguimento e il riconoscimento di un lavoro ben fatto, mentre sentirsi utili implica la conoscenza di persone reali che traggono beneficio dal nostro lavoro. Diverse ricerche hanno evidenziato l’importanza di questi aspetti lavorativi. Per esempio Gallup ha rilevato che le persone che s’impegnano per le loro comunità e ne ricevono un riconoscimento riportano livelli di stress e preoccupazione molto inferiori rispetto alle altre, sia che non servano le loro comunità sia che non ricevano il giusto riconoscimento.

Allo stesso tempo lavori più soddisfacenti tendono a essere quelli più orientati al servizio della comunità. Secondo uno studio condotto nel 2016 dal Pew research center, le persone impiegate nel settore pubblico o nelle organizzazioni senza scopo di lucro (attività generalmente orientate ai servizi) affermano che la loro occupazione gli dà un senso di identità più spesso di quanto non facciano quelle del settore privato. In alcune professioni è più difficile sentirsi al servizio degli altri, ma di solito è comunque possibile farlo. Anni fa ho lavorato con una squadra di ricercatori accademici per migliorare le normative sulle banche. Uno studioso che era particolarmente appassionato al nostro progetto mi ripeteva che il suo lavoro era importante perché le persone povere hanno bisogno di poter accedere a un credito a condizioni accettabili e questo obiettivo richiede uno snellimento delle procedure burocratiche.

Anche se non riuscite a identificare le persone che traggono beneficio dal vostro lavoro, forse perché sono molto lontane o perché il vostro operato le tocca solo indirettamente, provate a guardarvi intorno, magari nella scrivania accanto. Potrete sempre ottenere i benefici dell’attività di servizio aiutando i colleghi. Le ricerche mostrano che un’attività collaborativa nel lavoro può contribuire a ridurre le emozioni negative.

In definitiva, nonostante il successo e la felicità siano evidentemente legati, questa alchimia funziona solo in una direzione, e non è quella che immagina la maggior parte della gente. Perseguire il successo nella convinzione che porti la felicità è nel migliore dei casi una strategia inefficiente, e nel peggiore potrebbe rivelarsi controproducente e portare all’infelicità. Perseguire la felicità, di contro, aumenta le probabilità di raggiungere anche il successo.

Anche se tutto questo vi sembra sensato, potreste comunque ricadere nella vecchia abitudine di cercare la felicità attraverso il successo lavorativo. Non preoccupatevi, capita anche a me nonostante sia uno specialista di questo settore. Quando mi accorgo che le mie ore lavorative si stanno pericolosamente avvicinando a livelli stacanovisti e i miei sogni di felicità ruotano intorno a un successo lavorativo, rileggo un racconto pubblicato da Franz Kafka nel 1922, intitolato Un artista del digiuno. La storia è quella di un artista itinerante che decide di guadagnarsi da vivere chiudendosi in una gabbia e digiunando. È ossessionato dal suo lavoro, ed è talmente perfezionista da aspirare a un “digiuno impeccabile”. È orgoglioso del suo successo, ma è sempre triste, e, scrive Kafka, “se capitava una persona di buon cuore che lo compativa e gli voleva spiegare come quella malinconia probabilmente venisse dal digiuno, poteva anche accadere […] che l’artista digiunatore rispondesse con un impeto di furore”.

Con il passare del tempo lo spettacolo del digiunatore perde il favore del pubblico. Nel tentativo di rivitalizzare la sua carriera, l’artista digiunatore prova a digiunare più a lungo di quanto abbia mai fatto. Ma tutti lo ignorano. Così se ne sta seduto da solo nella sua gabbia, fino a quando muore di fame. Con una svolta surreale, che potremmo definire anche kafkiana, il protagonista ammette appena prima di morire che l’unico motivo per cui aveva cominciato a digiunare era che non riusciva a trovare un cibo che gli piacesse.

Naturalmente la mia situazione non è così disperata. Ma in me c’è un po’ dell’artista digiunatore di Kafka, e magari anche in voi. Ecco il mio consiglio: non troverete mai la felicità rinunciando alla felicità. Non digiunate. Mangiando, le vostre possibilità di successo aumenteranno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul mensile statunitense The Atlantic.

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