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No other choice di Park Chan-wook supera ogni aspettativa

No other choice. (Dr)

Pensavo che le grandi aspettative su No other choice di Park Chan-wook lo avrebbero reso meno interessante quando poi lo avrei visto, a prescindere da quanto fosse bello. Le aspettative però sono state di gran lunga superate. È un film grandioso, che si muove in direzioni così inattese da rendere impossibile prevedere cosa ci si troverà davanti a partire da una normale sinossi. È uno di quei rari film che scombussola e mette a tacere le reazioni più superficiali.

Basato sul romanzo del 1997 di Donald Westlake The ax. Cacciatore di teste, già adattato al cinema da Costa-Gavras nel 2005 con Cacciatore di teste, No other choice parla del dirigente di una cartiera, Yoo Man-su (Lee Byung-hun), devoto alla sua famiglia, alla sua casa idilliaca e al grande impegno che mette nel suo lavoro. Lo vediamo poco prima del colpo che gli distrugge la vita, sul patio, intento a preparare un barbecue per la cena della sua famiglia nel caldo dell’estate. Apprezza la sua situazione, ma non vede l’ora che arrivi il fresco dell’autunno. In un momento di paradossale premonizione, mormora “Su, arriva”.

Quando però la cartiera è comprata da un’azienda statunitense, perde all’improvviso il suo lavoro perché si rifiuta di licenziare i suoi colleghi qualificati. Devastato, Man-su è deciso a trovare un altro lavoro nel giro di tre mesi, così potrà continuare a prendersi cura delle sue piante nella serra che si è costruito da solo, sua moglie casalinga Lee Min-ri (Son Ye-jin) potrà continuare a prendere lezioni di tennis e danza, suo figlio adolescente potrà ciondolare in giro chiedendo il prezzo degli ultimi prodotti tecnologici, sua figlia con una neurodivergenza Ri-one, violoncellista di talento, potrà lavorare con un insegnante più qualificato e i due golden retriever della famiglia potranno continuare a saltellare in giardino.


La competizione feroce nel mercato del lavoro e la fiducia in se stesso gravemente danneggiata fanno sì che a distanza di un anno sia ancora impiegato in un magazzino con uno stipendio misero, mentre continua a dare la caccia a uno dei pochi posti da manager disponibili in un’azienda nel settore della carta. La famiglia è costretta a compiere scelte disperate. Min-ri deve fare dei pesanti tagli alle spese, rinuncia perfino ai cani di famiglia, dicendo “Ci sono troppe bocche da sfamare”. È una frase preoccupante, che sua figlia Ri-one continua a ripetere con un’inquietante cantilena.

Presto è chiaro però che bisognerà vendere anche la casa, l’ultima goccia per Man-su. Aveva lavorato sodo per averla, un tempo era appartenuta ai suoi genitori e non può sopportare di doverla perdere. Rendendosi conto della necessità di prendere decisioni drastiche, Man-su riecheggia il capo statunitense che, mentre si preparava a uno spietato giro di licenziamenti, diceva “No other choice”.

Man-su decide di eliminare alla radice la concorrenza. Crea un falso annuncio di lavoro per una posizione da manager in un’azienda della carta, con l’obiettivo di raccogliere candidature e capire chi sono i suoi principali concorrenti. Pianifica di ucciderne tre, supponendo che alla fine sarà assunto in quanto ultimo candidato rimasto con tutti i requisiti richiesti.

Empatia e ferocia

Da qui in avanti si potrebbe pensare di sapere cosa aspettarsi: una rapida sequela di omicidi intrisi di humor nero. Ma le cose non prendono affatto questa piega. Ogni omicidio comporta una procedura specifica e prolungata, minacciata dal fatto che Man-su si identifica con gli uomini che ha preso di mira. Per compiere ciascun omicidio finisce per sapere troppo delle loro case, delle loro mogli, dei loro bambini, delle loro storie e di quanto hanno sofferto per arrivare al punto in cui si trovano nella loro carriera, per poi per perdere tutto.

Il primo omicidio è ovviamente il più maldestro e quello che richiede più tempo. Man-su punta su Goo Beom-mo (Lee Sung-min), un talentuoso artigiano della carta diventato alcolista dovendo passare molto tempo a cercare un altro lavoro in un settore in rapida contrazione. Con il rischio di farsi scoprire mentre spia la casa di Goo, Man-su fa la conoscenza dell’infelice moglie dell’uomo, A-ra (Yeom Hye-ran), che lo tradisce. L’identificazione di Man-su con Beom-mo si fa ancora più problematica quando Man-su comincia a sospettare che anche Mi-ri lo tradisca, e a quel punto emerge la sua storia oscura di alcolista schiacciato dal lavoro e uomo violento.

Il primo tentativo di omicidio di Man-su è talmente caotico da sprofondare in uno scambio d’identità e in una lunga sequenza comica in cui si finisce per chiedersi chi avrà assassinato chi dopo tutto quel parapiglia. Se non sopportate i folli cambiamenti di tono, una narrazione soggetta a sbandate radicali e dei passaggi sorprendenti tra una scena e l’altra – con inquadrature composte in modo artistico e scelte di montaggio audaci mai viste prima – non potrete apprezzare questo film.

Le poche recensioni negative ricevute da No other choice riflettono visioni ormai sorpassate di qualcosa di più lineare e convenzionale, un modello di film dalla struttura impeccabile che continua a infestare l’immaginario di troppi critici. Quest’opera s’imbarca in una rappresentazione viscerale della vita ai tempi del capitalismo, senza ricorrere alla mera polemica. Ciò vuol dire che tanto il tragico quanto il grottesco ai limiti del surreale sono rappresentati in un rapido accumularsi di eventi tale da dare l’impressione che ai personaggi manchi il terreno sotto i piedi.

Qualsiasi nostalgia possiate provare per un’epoca precedente al capitalismo industriale, in cui una forza lavoro necessaria conferiva un certo margine di potere ai lavoratori, è smontata con violenza in No other choice. Le immagini degli operai specializzati della cartiera e dei loro bellissimi prodotti lisci come la seta sono successivamente sovvertite dalle inquadrature di macchinari giganteschi che abbattono foreste e trasportano carichi di legname attraverso autostrade intasate di traffico.

Il regista adotta uno sguardo così feroce sull’epoca rovinosa dell’umanità come “custode della Terra” che perfino Man-su, che si prende cura del suo bonsai, torcendone e legandone i rametti, è ripreso in un primo piano sadico al punto da indurre lo spettatore a chiedersi, e non per la prima volta, cosa ci sia di sbagliato nella nostra specie.

La bellezza creata dagli esseri umani, che nasce dalla ferocia, dalla devastazione e dal dolore presenti ovunque, è uno dei temi inattesi di No other choice, ed emerge del tutto solo alla fine. Il racconto è segnato dalla consapevolezza della terribile storia umana contenuta all’interno di cadaveri letteralmente seppelliti sotto le case dei protagonisti, che fertilizzano i loro alberi e infangano le loro scarpe. E l’atomizzazione, il processo per il quale tutti siamo costretti a un terrificante isolamento, al punto che ciascuno finisce per giocare una partita solitaria contro le forze impossibili della nostra creazione, è stata raramente descritta con un’immaginazione e una chiarezza narrativa così potente.

Dovete vederlo. Park Chan-wook aveva ambizioni incredibilmente alte per No other choice, come ha chiarito in un’intervista del 2019: “Per tutta la vita ho pensato di realizzare un film intitolato The ax”, ha detto in un incontro con Costa Gavras al Busan cinema center in occasione del Busan international film festival. “Non ho ancora cominciato le riprese, ma voglio che sia il mio capolavoro”.

Beh, ce l’ha fatta.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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