Un Cime tempestose in versione Barbie col corsetto
Quando finalmente vedrete “Cime tempestose” di Emerald Fennell, se mai doveste fare questa follia, potreste sorprendervi di aver già consumato tutta la forza del vostro disprezzo guardando i trailer. Sono andati in onda senza sosta per mesi prima dell’uscita del film ed erano così incredibilmente stupidi che, se avevate letto il romanzo di Emily Brontë, avreste scoperto quanto in alto potevano spingersi le vostre sopracciglia per segnalare il vostro sconcerto.
Ma è difficile mantenere vivo questo sdegno furibondo. A un certo punto subentra un cinismo stanco, che è l’unico modo per sopportare tutte le Emerald Fennell di questo mondo.
All’età di quarant’anni ha la sensibilità di una quattordicenne arrapata e ridacchiante, perciò il suo “Cime tempestose” è esattamente il prodotto di un simile caso di sviluppo bloccato. Fennell ha dichiarato di aver voluto rendere omaggio alla sua prima, eccitata lettura del romanzo, quando aveva quattordici anni. Così i bellocci Heathcliff e Cathy – quando non recitano impalati e agghindati in una serie di costumi assurdi, pensati per rappresentare gente di altre imprecisate epoche – si fanno strada scopando attraverso le brughiere sulle note di Charli Xcx.
Il fascino erotico dell’epoca raccontata da Cime tempestose è noto. In un episodio dei Simpson, un reality show survivalista catapulta la famiglia in una ricostruzione del 1895, e Homer quella sera cerca di capire l’interesse per il sesso di Marge insinuando: “Magari potrei tempestare le tue cime?”. Ma questo rappresenta una vetta di raffinatezza rispetto all’approccio di Fennell.
La sua idea di grande scena d’apertura è cominciare con il suono di ansimi e grugniti ritmati sullo sfondo e, proprio quando vi convincete che stia per mostrare un atto entusiasta di copulazione, vi offre invece il primo piano di un uomo impiccato che si contorce e scalcia appeso a una corda.
La folla eccitata che assiste a questo spettacolo macabro, compresa la piccola Cathy Earnshaw (Charlotte Mellington) e la sua dama di compagnia, la giovane Nelly Dean (Hong Chau), nota con turbata eccitazione che l’uomo morente ha un’erezione, e nel giro di poco tempo gli spettatori sembrano quasi accoppiarsi ai piedi del patibolo.
L’impazienza di Fennell di affermare la brutalità dell’essere umano e il legame tra sesso e morte risulta forzata, perché nell’ottocento quel legame era fin troppo evidente nella vita quotidiana, in scene ben più cupe e comuni delle impiccagioni pubbliche.
Le donne morivano di parto con una certa regolarità e la mortalità infantile era diffusissima. Nel film Il testamento di Ann Lee un macabro montaggio mostra come le donne sposate facessero sesso di continuo, restassero incinte, rischiassero la vita affrontando parti sanguinosi, vedessero morire i loro bambini, facessero sesso, restassero incinte, rischiassero la vita affrontando parti sanguinosi, vedessero morire i loro bambini, e così via. Inoltre, le malattie veneree incurabili dilagavano e basta leggere come si moriva di sifilide per meravigliarsi che qualcuno trovasse ancora il coraggio di fare sesso.
Da quando “Cime tempestose” è arrivato nelle sale come il grande film di San Valentino di quest’anno, sta andando benissimo per il suo pubblico di riferimento: donne in cerca di brividi romantici al cinema. Alla cassa mi stavano già facendo il biglietto prima ancora che lo chiedessi, dando per scontato che ogni donna presente fosse lì per “Cime tempestose”.
E in effetti ho visto il film in una sala piena solo di donne, sia adolescenti sia signore dai capelli grigi. C’erano solo due uomini di mezza età, imbarazzati, che sembravano mariti da sitcom trascinati lì controvoglia. È stato straniante sentirsi parte di uno scenario così banale, antiquato e rigidamente binario dal punto di vista di genere.
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Decisamente non adatti ai ruoli principali – quelli dell’aristocratica inglese impoverita Cathy e del suo misterioso innamorato di umili origini Heathcliff – Margot “Barbie” Robbie e Jacob “Frankenstein” Elordi fanno del loro meglio. Ma visto che Fennell ha ridotto i loro personaggi a figurine da soap opera, c’è ben poco che possano davvero interpretare.
Robbie ha una presenza scenica intrinsecamente moderna e non c’è situazione in cui risulti meno convincente di quando interpreta una donna ottocentesca oppressa, stretta nel corsetto – il cliché più logoro dei film in costume – che chiede con masochismo di averlo allacciato “più stretto, più stretto”. Quanto a Elordi, non è mai convincente nei panni dell’antieroe byroniano dal cuore nero per eccellenza. È alto, moro e sta bene con le basette, ma finisce lì. Sembra uno di quei modelli maschili che posano per le copertine dei romanzi rosa pieni di passioni strappa-corsetto.
Ed è chiaramente quello che vuole Fennell, dal momento che non ha lo stomaco per il sadismo quasi demoniaco con cui Heathcliff terrorizza la campagna dello Yorkshire. Affida a Elordi battute in cui proclama quanto sia duro e peccaminoso, un vero diavolo d’uomo, ma continua a tradirne la morbidezza e la sofferenza attraverso gli occhi scuri e ancora adolescenziali dell’attore.
Fennell finisce per rendere quasi ridicola la parte più agghiacciante del romanzo, quella in cui Heathcliff, deciso a vendicarsi per la perdita di Cathy, sposa la sorella minore del ricco proprietario terriero Edgar Linton (Shazad Latif), marito di Cathy, per poterli tormentare tutti quanti contemporaneamente.
Quando, nel film di Fennell, Heathcliff sfoga rabbia e frustrazione sulla sua indifesa sposa Isabella (Alison Oliver), lei trova tutto estremamente eccitante. Ma certo! Nel mondo di Fennell, tutto è un gioco sessuale alla Saltburn.
La versione di William Wyler
Nella versione del 1939 diretta da William Wyler, Isabella (Geraldine Fitzgerald) è presto ridotta a una presenza muta e spettrale, confinata in casa a causa degli abusi di Heathcliff, che sono tutti censurati e lasciati all’immaginazione, mentre l’Heathcliff di Laurence Olivier si compiace in modo convincente della sua vendetta contorta.
Olivier non è sempre stato efficace come attore cinematografico, tranne quando un regista l’ha spinto oltre una certa enfasi teatrale un po’ declamatoria. Come ha fatto Wyler, attingendo alla vasta, gelida arroganza dell’attore per rendere la crudeltà senza limiti di Heathcliff.
Nel mondo di Fennell, invece, Isabella prende presto il sopravvento su Heathcliff, perché il suo appetito per la depravazione è di gran lunga superiore a quello di lui. Heathcliff non riesce a starle dietro. Ma tu pensa questi arrivisti di bassa lega che credono di poter competere con l’élite britannica in fatto di perversioni!
Altrettanto saltburniana è la rilettura che Fennell fa del personaggio di Nelly, la domestica e narratrice inaffidabile del romanzo di Emily Brontë, qui trasformata in una macchinatrice malevola, le cui trame astiose finiscono quasi per mandare in rovina due famiglie dell’élite, gli Earnshaw e i Linton.
Fennell sembra incapace di concepire che Heathcliff e Cathy, intrappolati e spinti alla follia da sistemi soffocanti intrisi di razzismo, classismo e religione, possano aver distrutto il loro amore e mandato in pezzi le loro vite senza che qualcuno stesse complottando in modo melodrammatico contro di loro. Così Nelly, serva sinistra, escogita piani elaborati per tenerli separati. Ma non troppo. Ci sono pur sempre tutte quelle scene di sesso con cui fare i conti.
Non vale quasi la pena passare in rassegna tutti i modi in cui Fennell sembra incapace di restituire gli aspetti chiave del romanzo, ma bastano pochi esempi per chiarire il suo approccio. Come ha sottolineato nelle interviste, ha voluto il titolo “Cime tempestose” tra virgolette per rimarcare che questo è il suo “Cime tempestose”, non quello di Emily Brontë. E il “Cime tempestose” di Fennell non ha alcun interesse per le scene soprannaturali del romanzo, in cui il fantasma di Cathy infesta le brughiere, o per la qualità spettrale del paesaggio stesso: Fennell ci pompa dentro nebbia artificiale e considera la cosa sufficiente.
La natura trasgressiva dell’amore tra Heathcliff e Cathy sembra andare oltre le capacità di Fennell di renderla in termini drammatici. L’origine etnica incerta di Heathcliff è del tutto cancellata, benché nel romanzo sia spesso descritto in modo dispregiativo come uno “zingaro” scuro di pelle, il che rende il suo rapporto da gemelli scambiati con Cathy ancora più proibito, soprattutto quando, crescendo, assume sfumature quasi “incestuose”.
La loro commistione di anime sfiora il demoniaco, culminando nel momento sconvolgente in cui Cathy dichiara: “Di qualunque sostanza siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono la stessa cosa. Io sono Heathcliff!”.
Non nella versione di Fennell, però, Cathy pronuncia quelle parole senza particolare enfasi, come un semplice modo di esprimere sentimenti intensi. Wyler aveva accompagnato quella battuta con un lampo e un fragore di tuono, come se fosse il vecchio dio protestante in persona a reagire.
L’aspetto che Fennell sottolinea di più è la scenografia, in particolare le case e l’arredamento, oltre ai costumi. La dimora degli Earnshaw è uno strano edificio nero, simile a Mordor, in armonia con le costruzioni in pietra della brughiera ma in rovina all’interno, mentre il padre dissoluto di Cathy (Martin Clunes) beve e dilapida il suo patrimonio al tavolo da gioco. Dopo il suo matrimonio d’interesse, quando si trasferisce nella tenuta dei Linton, Cathy si ritrova intrappolata al suo interno come una bambola troppo agghindata.
Nel caso non si colga l’allusione, Fennell rende Isabella infantilmente devota a una sofisticata casa delle bambole e le fa realizzare come regalo di nozze una sontuosa bambola con le sembianze di Cathy. In modo ancora più grottesco, il marito di Cathy, il rispettabile Edgar, fa ridipingere la camera padronale perché richiami il colore della pelle della ragazza, fino al punto di far riprodurre la lentiggine sulla sua guancia con una macchia marrone chiaro sulla parete rosa imbottita.
Nei panni dell’oziosa signora Linton, la povera Margot Robbie deve indossare una sequela di abiti da clown che servono come punizione per l’atto peccaminoso di essersi venduta in matrimonio a un uomo ricco. Uno sembra fatto di cellophane e un altro ha una sorta di crinolina lucida di gomma rossa. Il fatto di essersi allenata con Barbie a indossare tanti outfit diversi, alcuni decisamente stravaganti, probabilmente l’ha aiutata a cavarsela.
In realtà è forse meglio godersi il film nel suo complesso come una sorta di derivazione di Barbie. Chiamiamolo “Cime tempestose Barbie”, con la celebre bambola confezionata in un abito ottocentesco strettissimo in vita, corredata di accessori sadomaso come frustini, cappi da impiccagione e briglie da cavallo. È venduta anche con una nuova, elaborata casa dei sogni di Barbie, versione gotica, glamour e lugubre al tempo stesso, con un Ken dai capelli scuri e basettoni folti che sorride compiaciuto dalla soglia.
Fennell sembra aver pensato praticamente a tutte le posizioni sessuali in cui quelle bambole dagli occhi vitrei possono essere sistemate, con le braccia che si alzano e si abbassano, le articolazioni snodabili e le teste che possono fare una rotazione completa!
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)