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In viaggio è un documentario dedicato alla voce umana del papa

In viaggio. (01 Distribution)

È arrivato in sala il documentario di un grande regista, Gianfranco Rosi, già Leone d’oro e Orso d’oro, dedicato all’unica voce alta e insieme altra, semplicemente quanto potentemente umana: quella di papa Francesco. In viaggio, presentato Fuori concorso a Venezia, mette insieme con maestria e profondità – quella vera che si cela dietro l’apparente semplicità – materiali eterogenei rendendoli omogenei, unitari: le immagini d’archivio del Vaticano sui viaggi effettuati dal pontefice in gran parte del pianeta, materiali di repertorio, estratti da altri film, compresi quello dello stesso Rosi, e infine materiale inedito, girato appositamente. È un film capolavoro nel montaggio, che nel cinema equivale a una seconda scrittura. Ma molto umile e semplice nel presentarsi, proprio come l’oggetto del film. Un uomo che ponendosi come amico cerca di parlare all’essere umano – inteso come umanità tutta – poiché questi pare ormai sperduto in un grande nulla, in un limbo, come la magnifica locandina del film sembra evidenziare, cercando però di restituire una direzione, una linea di orizzonte.

Ma c’è anche un’evidente specularità sia geografica sia interiore nell’incrociarsi degli spostamenti del regista e del pellegrinare del papa, esplicitata fin dal dossier della produzione. Nel 2013, appena eletto, Francesco va a Lampedusa. Nel 2021 compie un importante viaggio in Medio Oriente, in Iraq e Kurdistan. Sono i medesimi luoghi raccontati da Gianfranco Rosi in Fuocoammare (2016) e Notturno (2020). Il destino di questo incontro-incrocio era quindi segnato, una predestinazione in positivo.

Si inizia in assoluto silenzio con il volto di Francesco filmato di profilo e in primissimo piano. E poi sentiamo la sua voce, ma non sono parole pronunciate in quel momento. Le labbra non si muovono. Ma la voce sorge: “Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile… in noi palpita un seme di assoluto… e soprattutto sogna… non avere paura di sognare… sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà”.


Gli spazi che abbiamo inserito corrispondono ad altrettanti momenti di silenzio, ad altrettante respirazioni dell’anima. A queste parole seguono ancora un silenzio e poi degli strani rumori, di tecnologie o altro, come dei rumori sordi che pervadono il film fino alla fine, qualcosa che gronda, incombente. Il silenzio è la cifra di questo film diretto da un regista laico che ci porta in viaggio con le parole del papa prima ancora che con le immagini dei suoi innumerevoli viaggi. Silenzio che in questo film potremmo definire paradossalmente come il corrispettivo sonoro del fuori campo in ambito visivo.

Speranza e futuro
“La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere” dice il papa che, commosso, si morde un po’ le labbra e resta un momento in silenzio. Segue una ripresa del mare, della sua linea d’orizzonte, linea che perde senso – o lo ritrova, quando le parole del pontefice sono sincronizzate alle immagini – se intesa come simbolo di speranza e futuro, oltre che come immagine di straordinaria e millenaria potenza, evocativa e poetica per tutti i viaggiatori coraggiosi. Viaggiatori coraggiosi il cui paradigma nella nostra cultura, anche quando si fugge dalla disperazione, è certamente rappresentato dalla figura di Ulisse. Quella linea di un mare che da troppo tempo inghiotte tutto, corpi piccoli e grandi, speranze piccole e grandi. Anche qui una visione del mare nel silenzio, con il rumore delle onde appena percettibile.

Certo, poi seguono le urla festanti delle folle che lo acclamano, come quelle in Brasile, nel 2013, ma sembrano quasi poste in opposizione: sono la vita. Non si limitano a essere sequenze illustrative del viaggiare del papa, della sua azione pastorale globale. Ma poco dopo quel frastuono torna fuori campo sonoro, un vociare lontano mentre in silenzio, immobili, soldati e poliziotti con le armi spianate sorvegliano che nessuno attenti al buon esito di quella visita dall’alto della montagna che sovrasta la metropoli.

Il recupero della profondità e della verità di immagini nate altrove si rivelerà una sorta di missione: quella di aiutare il prossimo a vedere bene e ad ascoltare bene

E l’intero film è praticamente un susseguirsi di silenzio nelle immagini e perfino tra le immagini, cioè fin nei loro interstizi. I non detti delle parole e delle immagini si separano e poi s’intrecciano con potenza sottile quanto intensa: anche perché le immagini – soprattutto quelle dal vero che il cinema nelle sue espressioni migliori ha saputo rendere arte come nessun’altra forma di comunicazione del novecento – è un male se esplicitano tutto, perché appiattiscono quel che è profondità, rendono la vita ovvietà, tolgono verità. E questo processo di recupero della profondità e della verità di immagini nate altrove – la nota di regia non a caso parla di “trasformare in linguaggio cinematografico filmati realizzati per esigenze televisive” – si rivelerà lungo il documentario costante, una sorta di missione: quella di aiutare il prossimo a vedere bene e ad ascoltare bene, ma ottemperata con semplicità, leggerezza, sobrietà, senza che sia esibito. E questo che si tratti dei paesaggi devastati dell’Amazzonia o dei pianti dei singoli o dei tanti, immagini e sonorità spesso montate subito prima o subito dopo i silenzi del papa, silenzi gravi o meditativi. O entrambe le cose. L’eloquenza del silenzio è la miglior compagna delle eloquenti, alte parole di Francesco.

Come quelle sulla “dignità che genera dignità”, sulla dignità che si rivela essere contagiosa, come dice a delle donne recluse. Essere private della libertà non deve significare essere privati della dignità.

Si susseguono le trasferte in Cile, Cuba, Filippine, nella Repubblica Centrafricana, visitata nel 2015, dove i bambini “giocano”, se così si può dire, con mitragliatrici cariche, o ancora le bidonville del Kenya, sempre nello stesso anno. Perché lo scorrere dei viaggi sempre accompagna il porre le grandi questioni. E così nelle Filippine, colpite dal tifone Jolanda – uno dei più violenti e devastanti del secolo – si tocca non solo la questione della tanta povertà congenita, ma probabilmente anche quella provocata dal riscaldamento climatico. I migranti che fuggono dalla miseria aggravata dal degrado ambientale che non sono riconosciuti come rifugiati dalle convenzioni internazionali è un’altra importante denuncia del papa.

Schema di guerra
E poi di nuovo torna il silenzio nel viaggio in Israele del 2014 per onorare ed evidenziare l’orrore più immane della storia moderna – “in questo memoriale della shoah sentiamo risuonare la domanda: ‘Dove sei uomo? Dove sei finito?’” – silenzio e parole alle quali fanno sia da complemento sia da contrappunto le parole vibranti dei palestinesi, espresse da “chi è ancora nei campi profughi dopo 66 anni”. E poi inevitabilmente le guerre, che rischiano ora “di non essere più fatte a pezzi ma di coinvolgere tutto”, perché la guerra ha un solo “piano di sviluppo” possibile, “la distruzione”.

Uscire dallo “schema di guerra” pone quindi la questione del perché ci ricadiamo dentro continuamente: dire, per esempio, che abbiamo bisogno di sempre nuove armi per difenderci, questo equivale allo “schema di guerra”: perché avere nuove armi, mentre si taglia su tutto il resto, se non per usarle poi? Questo perché “noi non possiamo pensare con un altro schema”, perché non siamo “abituati a pensare nello schema della pace”. Parole che fuori campo rendono sempre più visibile lo spettro insensato della guerra nucleare, con bombe che già negli anni ottanta erano infinitamente più potenti di quelle sganciate nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki. Hiroshima, altro luogo della memoria del dolore e altro luogo del silenzio visitato da Francesco.

Ma non mancano nemmeno i momenti scomodi, come quelli sulla pedofilia, sulle parole a iniziale difesa del vescovo cileno Barros (poi dimessosi), recepite come offensive dalle vittime, e le parole di scuse del Papa, e poi ancora le immagini della polizia cilena che tiene lontano chi protesta con veemenza sulla protezione ai violentatori di ragazzini tra gli ecclesiastici. Tutto questo arriva abbastanza presto nel film di Rosi, non ci si sottrae.

E poi c’è tanta fotografia della povertà, senza che diventi mai fotografia della sola superficie grazie anche a Francesco che cerca sempre l’empatia profonda verso l’altro. Come nella visita in Messico nel 2016, a Ciudad Juárez, dove il capo della Chiesa parla di esseri umani “schiavizzati, sequestrati, soggetti a estorsione” a cui fanno da contrappunto le immagini di una densa fiumana umana che scorre su un grande ponte e poi parole che possono sembrare quasi sovversive per chi è ormai cieco e non sogna più: “Il problema della sicurezza non si risolve soltanto incarcerando, ma superando invece la gabbia dell’inganno sociale che crede che sicurezza e ordine si ottengano solamente incarcerando. Chi ha sofferto il dolore al massimo e, potremmo dire, ha sperimentato l’inferno, può diventare un profeta della società”. Il rovescio può diventare il diritto.

E poi ancora il silenzio durante l’incontro tra Bergoglio e il presidente turco Erdoğan è gomito a gomito con le parole del papa sul genocidio degli armeni, in quanto primo grande genocidio moderno – parole foriere di polemiche – fino a giungere alla situazione rovesciata di un “silenzio assordante” e di un “vuoto desolante”: quello della pandemia del 2020 e di una piazza san Pietro vuota, di un vescovo senza il suo popolo, quindi privato della vita perché la vita era stata rinchiusa.

Questo silenzio è quello da cui poi le parole sorgono meglio, in tutta la loro forza: nel film a tratti sembrano così quasi squarciare il silenzio, i silenzi.

Per un regista maestro del documentario d’autore, si chiude e riapre al contempo un discorso da osservatore distante, quasi da entomologo, e insieme altamente spirituale, una dialettica che sembra pervaderlo fin dall’inizio della sua ormai ricca cinematografia. Che si tratti di un assassino mercenario – come in El sicario - Room 164 (2010) – o del papa, il cinema di Rosi non giudica mai, il giudizio è lasciato sempre fuori campo. Lasciandoci spiriti liberi di elaborare il proprio giudizio. Un atteggiamento laico e insieme cristiano, poiché dopotutto dio ha creato l’essere umano libero, libero cioè di scegliere tra il bene e il male. E dunque libero di capire realmente.

E questo nel cinema di Rosi è vero anche quando ricerca il più possibile il bello perfino nella guerra, nell’orrore, come ha fatto nel suo lungometraggio precedente, il capolavoro Notturno, ma mettendoli – il bello e il brutto – in dialettica tra loro, accettandone le ambiguità, alfine di esplorare la conoscenza fin negli interstizi dei suoni e delle immagini. Conoscenza che nel cinema proviene dallo sguardo poiché il cinema è sguardo. Uno sguardo che deve tornare autentico, puro, e qui, seguendo lo sguardo del papa sul mondo, Francesco e il cinema si fondono, diventano una cosa sola.

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