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La Corte penale internazionale ce l’ha con gli africani?

Il 15 giugno il presidente sudanese Omar al Bashir, su cui pende un mandato d’arresto per genocidio e crimini di guerra spiccato dalla Corte penale internazionale (Cpi), ha abbandonato prima della conclusione un vertice dell’Unione africana (Ua). La corte suprema sudafricana stava per ordinare che fosse arrestato e consegnato alla Cpi, ma il governo del Sudafrica ha permesso che Al Bashir lasciasse il paese da un aeroporto militare vicino a Pretoria.

In Sudafrica questa violazione del diritto ha suscitato indignazione, ma nel resto del continente (e soprattutto tra i leader nazionali), c’è chi è convinto che la Cpi abbia un pregiudizio nei confronti dei paesi africani.

Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha avuto un grave problema di pubbliche relazioni. Nell’ultimo mese in Sudafrica si sono verificati diversi episodi di violenza xenofoba contro gli immigrati irregolari e le loro proprietà. Queste violenze imbarazzano Zuma e vanno chiaramente contro lo spirito della solidarietà africana, per cui il presidente non se l’è sentita di lasciare che un capo di stato africano fosse arrestato mentre partecipava a un vertice dell’Unione africana nel suo paese.

Il risentimento dei sudafricani poveri per la presenza di molti immigrati irregolari provenienti da altri paesi africani (che rappresentano probabilmente tra il 5 e il 10 per cento della popolazione) è comprensibile ma inaccettabile. Il Sudafrica deve affrontare la questione, ma nel frattempo Zuma deve placare gli animi dei suoi compagni dell’Unione africana.

Giudici indipendenti

Zuma ha dovuto far sgattaiolare Al Bashir fuori dal paese perché la corte suprema sudafricana è ancora indipendente e stava per deliberare che il presidente sudanese fosse consegnato alla Cpi per essere giudicato. Per la precisione, il giudice Dunstan Mlambo ha stabilito che “il rifiuto di arrestare Al Bashir da parte del governo è contrario alla costituzione”, appena poche ore dopo la sua fuga.

Effettivamente il Sudafrica, essendo uno dei 123 paesi che hanno aderito alla Cpi, è legalmente obbligato a eseguire i suoi mandati d’arresto. Ci sono altri paesi africani che prendono sul serio la Cpi. Nel 2012 un vertice dell’Unione africana che avrebbe dovuto tenersi in Malawi è stato spostato dopo che il governo locale si era rifiutato di ospitare Al Bashir. Nel 2013 il presidente sudanese ha dovuto lasciare la Nigeria prima del previsto dopo che un’associazione per i diritti civili si è rivolta a un tribunale per obbligare le autorità ad arrestarlo.

Ma oggi la maggior parte dei governi africani ignora le decisioni della Cpi perché sostengono che essa prenda di mira solo gli africani. È vero che tutti i mandati d’arresto attualmente in vigore riguardano degli africani. Ed è comprensibile che ciò alimenti profondi sospetti in Africa.

George W. Bush dovrebbe essere accusato di crimini di guerra per aver invaso illegalmente uno stato sovrano come l’Iraq?

Secondo le stesse norme internazionali, non è forse vero che anche l’ex presidente statunitense George W. Bush dovrebbe essere accusato di crimini di guerra per aver invaso illegalmente uno stato sovrano come l’Iraq? In realtà no, perché la Cpi può arrestare solo i cittadini dei paesi che hanno aderito a essa, e gli Stati Uniti non lo hanno fatto. Neanche il Sudan, ma fanno eccezioni i criminali di guerra esplicitamente designati dal consiglio di sicurezza dell’Onu, come Al Bashir.

Le ferite del colonialismo sono ancora aperte e la cosa può sembrare ingiusta, ma quale di queste persone vi piacerebbe vedere depennata dalla lista?

Joseph Kony, autoproclamatosi profeta e il cui Esercito di resistenza del Signore ha ucciso decine di migliaia d’innocenti nell’Uganda del nord e nei paesi vicini?

Jean-Pierre Bemba, l’ex leader dei ribelli congolesi accusato di crimini contro l’umanità e di guerra relativi a presunti casi di omicidio, stupro e saccheggio nella Repubblica Centrafricana tra il 2002 e il 2003?

Oppure l’ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo, a carico del quale ci sono quattro capi d’imputazione per crimini contro l’umanità (omicidio, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione e “altri atti inumani”) commessi durante gli scontri successivi alle contestate elezioni del 2010?

Metà dei conflitti sono in Africa

Nessuno di questi uomini rischia di essere linciato. Sono solo stati chiamati a sostenere un processo, con tutti i diritti legali che sono accusati di aver negato ad altre persone. E nella maggior parte dei casi il procedimento è stato intentato con il sostegno del paese africano in questione.

Sono due i motivi per cui la lista è dominata da paesi africani. La prima è che oltre metà dei conflitti nel mondo sono in Africa. L’altra è che i paesi africani, essendo così esposti alla violenza, hanno particolare interesse a instaurare lo stato di diritto, come capiscono bene la maggior parte degli avvocati e degli alti funzionari pubblici africani.

Spesso sono ostacolati dai loro capi di stato e di governo, che appartengono a un club molto esclusivo. Come qualsiasi altro gruppo d’interesse, i leader africani tendono a ritenersi al di sopra di quelle regole che li obbligano a rispondere legalmente delle loro azioni. Inoltre la Cpi ha anche commesso degli errori, come intentare cause contro personaggi importanti senza poter ottenere le prove necessarie, come nel caso del presidente del Kenya Uhuru Kenyatta.

Ma anche se il più delle volte non raggiunge il suo scopo, la Cpi è un’istituzione che merita di esistere. Rientra in un progetto a lungo termine che mira a costruire un mondo governato dal diritto e non dalla forza. Non importa se ci vorrà ancora un secolo prima di raggiungere tale obiettivo. E ogni tanto si può anche ottenere giustizia per le vittime anche nel presente.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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