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Addio Hong Kong

Hong Kong, luglio 2021. (Ilaria Maria Sala)

La vita a Hong Kong negli ultimi tempi è diventata imprevedibile e difficile da descrivere. Quando ci si incontra tra amici, o ci si scambia messaggi, la domanda più frequente è: parti o rimani? Ce lo si chiede con ansia, indipendentemente dalla risposta.

Qualche giorno fa la mia amica Winnie (i nomi li cambierò tutti, per sicurezza) ha postato su Instagram la foto di una finestra aperta con delle tendine a fiori mosse dalla corrente d’aria e un testo che diceva solo “mi mancherà questa stanza. In particolare queste tendine a fiori”. Secondo il nuovo protocollo, che si è sviluppato in silenzio, non si risponde più sotto al post chiedendo “perché, cosa succede, parti?”. Così ho pensato di mandare un messaggio a Hellen, per chiedere a lei: “Parte, Winnie?”. E Hellen si è allarmata, ha risposto “no, davvero? Non è possibile…”. Così abbiamo mandato entrambe un messaggio a Winnie, che ha risposto che no, deve solo traslocare, per ora rimane.

Metto “Mi piace” sotto ai post finti di un altro amico, Stan, che è già partito ma non può ancora dirlo per paura che possano fermare la sua compagna impegnata a sistemare le ultime cose prima di raggiungerlo. Per non dare nell’occhio posta fotografie di cos’ha mangiato nei giorni scorsi in diversi ristoranti di Hong Kong oppure foto di dettagli, così da non rischiare di mostrare paesaggi in cui il meteo non coincide con quello di qui. Se ci si organizza per vedersi e qualcuno deve disdire tutti si chiedono immediatamente se non sia perché ha dovuto lasciare la città. Per tranquillizzare gli altri si dice subito “potrei quest’altro giorno, scusate”.

La vita stravolta
A luglio le partenze si sono intensificate perché dal 1 agosto Hong Kong e Pechino non riconosceranno più come documento valido il passaporto British national overseas (Bno, concesso dal Regno Unito a chi è nato prima del ritorno di Hong Kong alla Cina, nel 1997). Dal gennaio 2021 Londra ha cominciato a rilasciare visti speciali ai possessori di Bno, che dopo cinque anni potranno ottenere la cittadinanza britannica, per cui negli ultimi mesi se ne sono andati in parecchi.

È sconcertante che la responsabile del governo non si mostri turbata davanti a migliaia di persone, in particolare giovani, che se ne vanno

Carrie Lam, a capo dell’esecutivo di Hong Kong, ha detto di non essere affatto preoccupata dalle code infinite ai check-in dell’aeroporto – famiglie con pacchi e valige di chi non prevede di tornare. Solo alle partenze c’è la coda, gli arrivi sono vuoti. “Hong Kong è sempre stata una città internazionale, conto sul fatto che continuerà ad attirare talenti dal mondo intero e dalla Cina continentale”, ha detto Lam durante una conferenza stampa prima di cambiare discorso.

È sconcertante che la responsabile di un governo non si mostri turbata davanti a migliaia di persone, in particolare giovani, che scelgono di andarsene anche senza avere dei piani precisi, pur di non essere costretti a vivere in una città che sta cambiando in modo inarrestabile.

Dal 1 luglio 2020, quando è entrata in vigore la legge sulla sicurezza nazionale scritta a Pechino e imposta a Hong Kong senza nemmeno il vaglio del parlamento locale, gran parte di ciò che costituiva la vita politica della città è stato stravolto. Il quotidiano Apple Daily, indipendente, a favore della democrazia e a volte caciarone, è stato fatto chiudere congelandone i fondi; il direttore e altri dirigenti del giornale sono stati arrestati.

Il sistema elettorale è stato “migliorato” e adesso solo chi sarà giudicato “patriottico” da un comitato ad hoc potrà candidarsi alle elezioni. Molti dei seggi in cui i cittadini potevano scegliere i loro rappresentanti sono stati eliminati, rafforzando di nuovo il voto corporativo, quello di rappresentanti dei vari settori dell’economia, come in epoca coloniale. Sono state abolite anche le associazioni studentesche universitarie, dichiarate antipatriottiche e accusate addirittura di apologia del terrorismo (qui la parola terrorismo non è mai stata usata con tale leggerezza).

Un rifugio lontano
Prima del notiziario alla radio o in tv viene trasmesso l’inno nazionale, che ora per legge va rispettato (come la bandiera e gli altri simboli nazionali), e per i bambini della scuola materna sono stati preparati dei manuali per imparare ad amare la patria: meglio che comincino da giovani, così non si fanno venire idee balzane. I cambiamenti al sistema educativo sono però uno dei motivi principali per cui alcune persone decidono di andarsene: l’idea che i figli siano sottoposti alla propaganda comune nel resto della Cina è inaccettabile, così vanno nel Regno Unito, in alcuni casi in Canada o negli Stati Uniti, e in casi molto speciali a Taiwan (che, al contrario di quanto ci si aspettava, non è diventato uno dei rifugi più gettonati).

I paesi vicini, del resto, sono ancora chiusi per la pandemia, quindi anche chi potrebbe sperare di rifarsi una vita in Giappone o in Australia per ora non può nemmeno passarci un fine settimana. Alcune parole, e diversi slogan e canzoni del 2019, sono diventate illegali: in radio non si può più chiamare Tsai Ing-wen “la presidente” taiwanese, ma solo “la leader” di Taiwan, dato che Pechino non accetta che il linguaggio rispecchi lo status quo attuale, in cui Taiwan è un’isola autogovernata, democratica, mai guidata dal Partito comunista cinese.

Un’associazione d’insegnanti ha lanciato un appello accorato al governo di Hong Kong perché faccia uno sforzo per capire come mai tanti giovani, troppi, se ne stanno andando e per fermare l’esodo, ma l’inutilità del loro appello è stata quasi imbarazzante. A nessuno interessa. Anzi, se vanno via i cittadini che chiedono democrazia, libertà di espressione e giustizia per gli abusi della polizia commessi durante le manifestazioni del 2019, il governo non li rimpiange.

Tra chi rimane ci sono persone determinate a vedere cosa succede, e altre che vogliono vedere se sono capaci di vivere in modo completamente apolitico. Ci sono anche i sostenitori del governo, ovviamente, e poi le oltre diecimila persone che sono state arrestate per le proteste del 2019.

Molte di loro sono ancora adolescenti, e ricevono pene sproporzionate. I crimini contro la polizia sono trattati con la massima severità: una donna di 47 anni che ha lanciato un ombrello e una scatola di biscotti contro la polizia – anche se l’ombrello non ha colpito nessuno – è stata condannata a tre anni e nove mesi di prigione per “rivolta e assalto”. L’incidente era avvenuto durante una manifestazione in cui la polizia aveva caricato e arrestato molti ragazzi. La donna aveva cercato di proteggerne uno dall’arresto. Sugli eccessi e gli abusi della polizia, invece, non si indaga, e tantomeno vengono puniti.

Quello che viene richiesto a chi rimane è di “amare”: la polizia, la madrepatria, la bandiera, la nuova legge sulla sicurezza nazionale, i leader, il partito… Non era mai successo che a Hong Kong si chiedesse di amare il partito, ma adesso sì, dato che è stato stabilito che non si può amare la patria senza amare il partito che la protegge e governa. L’amore per Hong Kong, invece, va esercitato con autocontrollo: non deve offuscare l’amore vero, quello per la patria, il partito eccetera. Ci vorrà un po’ per abituarsi.

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