×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Il giorno in cui lo schiavista di Bristol è finito nel fiume

I manifestanti fanno rotolare la statua di Edward Colston verso il fiume Avon a Bristol, Regno Unito, 7 giugno 2020. (Giulia Spadafora, NurPhoto/Getty Images)

Vivo a Bristol dal 2013. Ogni giorno, andando al lavoro, attraverso il centro della città in bicicletta percorrendo i vecchi moli. Lungo la strada passo sempre – o meglio, passavo – davanti alla statua in bronzo di un uomo con un bastone e i lunghi capelli ricci. Il suo nome è Edward Colston. Sull’iscrizione c’è scritto: “Eretta dai cittadini di Bristol in memoria di uno dei figli più virtuosi e saggi della loro città nel 1895 d.C.”. Ma non è tutto. Strada facendo passo sempre davanti a un enorme edificio chiamato Colston Tower. Ci sono strade che portano il suo nome. Nella bellissima cattedrale della città c’è una vetrata con la sua immagine. Ci sono scuole, case, palazzi e aziende intitolati a Colston, e anche una sala concerti. È ovunque. Ogni anno c’è una giornata dedicata a Colston, che viene celebrata proprio nella cattedrale.

Prima di trasferirmi a Bristol non sapevo quasi nulla di Edward Colston. Solo dopo aver vissuto in città per un po’ mi sono reso conto di quanto quella statua fosse controversa e problematica. Colston (1636-1721) era un commerciante di schiavi che fece fortuna con il traffico di esseri umani dall’Africa ai Caraibi. Gli schiavi che morivano durante il viaggio venivano semplicemente gettati in mare. Dopo la sua morte, Colston lasciò una parte del suo patrimonio “per le opere di bene” a Bristol. Da qui la sua reputazione di uomo generoso e filantropo, di “virtuoso e saggio”. Il culto di Colston, però, sarebbe nato più tardi, alla fine dell’ottocento, quando Bristol era in declino e le masse dei lavoratori spingevano per prendere il potere. A quel punto, la storia del benefattore “buono” e facoltoso cadeva a fagiolo. È stato allora, 170 anni dopo la sua morte, che gli hanno dedicato la statua.

Una città divisa
Bristol è stata costruita sul commercio e sui beni che portava in città: cioccolato, vino, tabacco. È una città divisa, socialmente, culturalmente ed etnicamente. Per anni nessuno ha parlato della tratta degli schiavi di Colston e dell’origine del denaro destinato alle “opere di bene”. Poi, negli anni novanta, qualcosa è cambiato. C’è stato un vasto dibattito in città. Nel nuovo museo cittadino, l’M-shed, è stata istituita una mostra sul traffico di schiavi. È stato costruito un nuovo ponte – il Pero’s bridge – intitolato a Pero Jones, un ragazzo nero ridotto in schiavitù che faceva il servo a Bristol. Qualcuno ha cominciato a chiedere di far rimuovere la statua, di cambiare l’iscrizione, di riscrivere da capo la storia di Colston.

I Massive Attack, la band più famosa di Bristol, si sono sempre rifiutati di suonare alla Colston Hall, la più grande sala concerti della città, per via del suo nome. È stata lanciata una campagna, ma non è cambiato nulla. Ogni tentativo di modificare l’iscrizione è stato bloccato: dalla politica, da uno strano e potente gruppo di Bristol chiamato Merchant venturers, dall’immobilismo delle élite locali. Il movimento Rhodes must fall all’università di Oxford, impegnato nel tentativo di far rimuovere una targa e una statua intitolate al colonialista e razzista Cecil Rhodes, ha dato ulteriore impulso al dibattito su Colston. La Colston Hall ha annunciato che avrebbe cambiato nome.

Le cose hanno cominciato a cambiare, anche se lentamente. Le persone hanno preso consapevolezza del passato di Colston. Nella cattedrale sono state aggiunte nuove informazioni su di lui. Un comitato ha valutato la possibilità di sostituire l’iscrizione, ma poi non si è trovato l’accordo. I cittadini hanno cominciato a lasciare opere d’arte di protesta ai piedi del monumento: statuette finte di schiavi morti, graffiti e scritte. Per molti il monumento era una macchia, un buco nero nel cuore della città. Altri invece volevano che rimanesse al suo posto, e difendevano la statua e l’iscrizione.

Tracce di bronzo
Poi sono arrivati il movimento Black lives matter e l’omicidio di George Floyd. Domenica 7 giugno 2020, migliaia di cittadini neri e bianchi si sono radunati nel centro di Bristol. In molti si sono inginocchiati per più di otto minuti per commemorare la morte di Floyd. È stata una manifestazione commovente e pacifica. A fare il giro del mondo, però, è stato quello che è successo dopo. Dei manifestanti si sono avventati su Colston, lo hanno legato con una corda e lo hanno tirato giù con incredibile facilità. I poliziotti sono rimasti a guardare. Il capo della polizia era consapevole di quello che stava accadendo, ma non voleva dare l’impressione di difendere l’indifendibile.

I manifestanti hanno trascinato la statua per circa un chilometro, lasciando striature di bronzo sulla strada. Avevano un’idea precisa in mente: non erano né vandali né teppisti, nessuno si è fatto male. Hanno portato la statua nei pressi del Pero bridge, l’hanno sollevata e l’hanno gettata nelle acque del porto, nello stesso punto in cui le merci collegate al triangolo del commercio degli schiavi venivano portate a Bristol per essere trasformate in sigarette e barrette di cioccolato. Colston è colato a picco.

Due giorni dopo è stato recuperato, caricato su una barca, legato e, in un crescendo di simbolismi, portato nell’M-shed, il museo della città, dove sarà esposto con la faccia imbrattata di vernice rossa e accanto a una serie di cartelli che inneggiano al movimento Black lives matter. Dopo anni di dibattiti, proteste e indecisioni, sono bastati dieci minuti per abbattere Colston. La notizia ha fatto il giro del mondo, portando a ulteriori manifestazioni, statue abbattute, violenze, interrogazioni parlamentari, interviste e divisioni senza fine. Nel frattempo, il basamento della statua di Colston è rimasto vuoto. Intorno ci sono ancora dei cartelli lasciati dai manifestanti. Poco dopo l’abbattimento della statua, la Colston Tower ha cambiato nome e la parola Colston è stata rimossa. Sabato 13 giugno un piccolo gruppo composto quasi interamente da maschi bianchi ha organizzato una contromanifestazione, agitando cartelli con la scritta All lives matter.

La storia è dinamica e dibattuta. Le statue sono fisse e immutabili

Quello del 7 giugno 2020 è un evento storico, non contro la storia. Le statue non rimangono nello stesso posto per sempre. Vengono continuamente modificate, attaccate, cambiate, spostate, abbattute e rimesse in piedi. L’Italia è piena di luoghi dove un tempo sorgevano monumenti, o dove ci sono ancora ma hanno cambiato significato. A volte i danneggiamenti stessi diventano parte della storia e della memoria. In generale, le statue non sono un buon modo per affrontare la storia. Di solito sono dedicate a grandi personaggi, ma l’idea di chi è stato grande e chi no cambia nel tempo. Il 25 luglio 1943 gli italiani demolirono migliaia di statue e simboli fascisti in tutta Italia. L’enorme statua di Mussolini nello stadio di Bologna fu abbattuta e fusa per ricavarne statue dedicate ai partigiani. La storia è dinamica e dibattuta. Le statue sono fisse e immutabili. Dopo la caduta di Colston molte persone che non avevano mai sentito parlare di lui hanno appreso del suo passato e della tratta degli schiavi. La sua caduta ha creato la storia.

Dal 1983 al 1986 ho studiato all’Oriel college di Oxford. Ho vissuto per due anni al college vicino alla statua di Rhodes, ma per la verità non ci ho mai fatto caso. Mi ricordo invece un ritratto di Rhodes nella sala da pranzo: cercai di farlo rimuovere, ma la proposta fu bocciata dai miei colleghi studenti. Forse oggi sarebbe andata diversamente? Chissà. Qualunque cosa succeda alla sua statua, però, difficilmente Rhodes sarà considerato un’icona e un eroe ancora a lungo. La sua innocenza è perduta. La gente lo andrà a cercare e proverà un senso di orgoglio, o magari di vergogna, nel vederlo su un piedistallo.

In un paese ancora ossessionato dalla seconda guerra mondiale, in cui molti pensano che sia stato Winston Churchill – e solo Churchill – a “sconfiggere il fascismo”, è arrivato il momento di affrontare un dibattito serio sul nostro passato, sulla nostra memoria e sulle nostre statue. Nell’anno in cui il corpo del dittatore spagnolo Francisco Franco è stato finalmente rimosso dalla cosiddetta Valle dei caduti, tutto è possibile. Colston starà ancora lì, per chiunque lo voglia andare a vedere. Ma non sarà più presentato come un figlio “virtuoso e saggio” della città. E il giorno in cui è caduto sarà ricordato per sempre come un altro momento sovversivo nella tumultuosa storia di Bristol.

(Traduzione di Fabrizio Saulini)

pubblicità