Ci sono le statue che vengono abbattute quando il tiranno viene sconfitto, come quella di Saddam Hussein smantellata nel centro di Baghdad nel 2003. Si tratta di un gesto semplice e senza appello, ripetuto nello stesso modo in tutti i continenti.

Nei pressi di Praga, per esempio, esiste un “cimitero” delle sculture dell’era comunista, mentre nella Repubblica Centrafricana un’immensa statua dell’ex imperatore Bokassa arrugginisce tra l’erba alta.

Poi ci sono le statue diventate indesiderabili, se non insopportabili, perché le valutazioni storiche si sono evolute. È il caso di quella di Edward Colston scaraventata in mare da migliaia di manifestanti il 7 giugno a Bristol, in Inghilterra.

Cambiamenti bloccati
Edward Colston era un mercante di schiavi del diciassettesimo secolo, che in seguito ha legato il suo nome a opere di bene. Questo spiega il fatto che Bristol sia impregnata della sua memoria. Il sindaco della città, di origine giamaicana, aveva deciso che la statua sarebbe finita in un museo.

Il fenomeno è precedente alla morte di George Floyd. Ormai da anni le statue e i monumenti simbolo dello schiavismo e del colonialismo sono oggetto di contestazioni, soprattutto nel sud degli Stati Uniti. Ricordiamo ancora gli incidenti di Charlottesville, in Virginia, dove nel 2017 alcuni manifestanti neonazisti protestarono contro il piano di smantellamento della statua del generale Robert Lee, capo dell’esercito sudista durante la guerra di secessione. Nell’occasione una manifestante antischiavista rimase uccisa.

Domenica il Washington Post ha pubblicato un’opinione in cui Robert Lee, discendente diretto del generale, chiede la distruzione della statua del suo antenato a Richmond, ex capitale della confederazione sudista.

La discussione in tutto il mondo costringe le società a porsi domande difficili

Lee, diventato pastore, racconta di essere cresciuto con la bandiera confederata in camera da letto, ma di aver compreso con il passare del tempo fino a che punto il monumento e la causa che incarna impediscano il necessario cambio di mentalità del paese.

Il tema fa discutere. A fine maggio, nel dipartimento d’oltremare francese della Martinica, la distruzione di due statue di Victor Schoelcher, tra i sostenitori dell’abolizione della schiavitù in Francia nel 1848, ha scatenato forti polemiche. Il gesto è stato rivendicato da un gruppo convinto che la storia abbia riservato a Schoelcher un merito eccessivo, a scapito di altri personaggi dimenticati. Basta per giustificare un’azione unilaterale, senza alcuna discussione sulla storia e sulla sua interpretazione?

A Londra un altro dibattito è stato aperto da alcuni graffiti su una statua di Winston Churchill, definito “razzista”. Il percorso dell’ex primo ministro conservatore presenta innegabilmente diverse zone d’ombra, ma anche grandi momenti di gloria che è difficile ignorare.

La discussione rilanciata dall’omicidio di George Floyd in tutto il mondo costringe le società a porsi domande difficili. Se non lo facessero, rispondendo collettivamente e volontariamente, rischierebbero di lasciare campo libero a minoranze pronte all’azione, incrementando le divisioni anziché aprire un dibattito proficuo per unire ciò che la storia ha separato, come suggerisce il discendente del generale Lee.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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