05 giugno 2020 09:40

L’emergenza che ormai da dieci giorni scuote gli Stati Uniti ha un impatto che va ben oltre l’interesse ordinario per ciò che accade nella prima potenza mondiale. L’onda d’urto, infatti, attraversa le società di paesi molto diversi, in cui tocca di volta in volta nervi scoperti.

Gli effetti della crisi a livello internazionale hanno assunto forme diverse, dal Canada all’Asia fino alla Francia. Il razzismo, la violenza della polizia, il ricorso all’esercito o gli attacchi contro i giornalisti sono temi che risuonano a tutte le latitudini.

Possiamo cominciare dai 21 secondi di silenzio con cui Justin Trudeau ha risposto alla richiesta di un commento sulla situazione negli Stati Uniti. Il primo ministro canadese si è poi lanciato in un lungo discorso sul razzismo in Canada: “I canadesi neri e i canadesi emarginati vivono la discriminazione nella realtà di tutti i giorni”, ha dichiarato coraggiosamente Trudeau, laddove avrebbe potuto limitarsi a commentare la gestione di Donald Trump, con cui i rapporti sono ormai pessimi.


Il problema ha chiaramente una portata universale, e le immagini che arrivano dagli Stati Uniti spingono altri paesi a guardare al proprio interno. La portavoce del governo di Taiwan, Kolas Yotaka, discendente di un popolo indigeno dell’isola, ha twittato: “Il razzismo contro i neri esiste dappertutto, anche a Taiwan. È arrivato il momento di esaminare i nostri comportamenti, le discriminazioni che ognuno di noi compie contro altri esseri umani con la pelle più scura, qualsiasi sia la loro provenienza”.

Anche lontano dagli Stati Uniti l’argomento più scottante è quello della violenza della polizia. Ne abbiamo avuto la dimostrazione con le manifestazioni organizzate il 2 giugno a Parigi per ricordare, oltre all’omicidio di George Floyd, quello di Adama Traoré, francese nero di 24 anni morto nel 2016 poco dopo il suo arresto. A quanto pare è servita una rivolta negli Stati Uniti per produrre, in Francia, la più grande manifestazione degli ultimi quattro anni su questa vicenda.

Nel dibattito si è inserita anche l’epidemia di covid-19, evidenziando i problemi che riguardano le minoranze etniche, in prima linea nel mantenimento dei servizi essenziali durante l’isolamento e tra le principali vittime del virus. Un aspetto che evidentemente rende ancora più inaccettabile il perpetuarsi di atteggiamenti razzisti.

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Gli Stati Uniti, come sappiamo, sono un paese-mondo dalle peculiarità molto forti. Ma sono anche l’immagine in cui tutti ritroviamo un po’ di noi stessi.

Il 4 giugno un vignettista statunitense ha messo in risalto questa connessione riprendendo la famosa scena dell’uomo che ferma una colonna di carri armati in piazza Tiananmen, con la differenza che in questo caso la vignetta è ambientata a Washington e l’uomo alla guida del primo carro armato somiglia chiaramente a Donald Trump. Il 4 giugno 2020 era il 41º anniversario del massacro di piazza Tiananmen. Nella stessa giornata Trump, che non fa mancare gli attacchi contro il regime cinese, ha minacciato di inviare l’esercito statunitense contro la sua stessa popolazione. In Medio Oriente, intanto, molti hanno proposto un parallelo con la “primavera araba” e il ricorso alla forza contro i manifestanti.

Tutto questo testimonia gli effetti della globalizzazione delle informazioni, delle immagini e delle emozioni. L’autoanalisi imprescindibile degli Stati Uniti è anche un po’ la nostra.

(Traduzione di Andrea Sparacino)