×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

La resistenza contro Trump è cominciata

Una manifestazione all’aeroporto di Los Angeles contro l’ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump sull’immigrazione, il 29 gennaio 2017. (Ted Soqui, Reuters/Contrasto)

Esattamente alle 12.03 del 20 gennaio l’era dell’ambiguità è finita per sempre. Sono bastati trenta secondi del più nazionalista, razzista e controverso discorso presidenziale mai sentito se non al cinema per far cambiare idea a tutti quelli che pensavano che la presidenza Trump sarebbe stata una presidenza normale per cui sarebbero state valide le solite regole.

Nei giorni successivi al suo giuramento, Donald Trump ha lanciato un’aggressiva scalata al più potente paese del mondo, ha scaraventato nel caos l’intero sistema politico, ha ridicolizzato la presidenza e ha calpestato la vita di milioni di persone come un elefante. C’è ancora qualcuno convinto che Hillary Clinton sarebbe stata una minaccia così grande per la democrazia occidentale?

In un certo senso adesso le cose sono più semplici. Ora possiamo chiamare con il suo nome questo nuovo nazionalismo violento e vendicativo, questa guerra contro le donne e le minoranze, e non dobbiamo più temere di sembrare elitari o disconnessi dalla realtà. Oggi è evidente quali sono le élite e cosa vogliono fare. Vogliono mantenere le loro promesse e spingersi oltre.

La tesi della rabbia
Migliaia di persone hanno manifestato negli aeroporti delle grandi città statunitensi. Boston, Chicago, San Francisco. Le proteste organizzate su internet hanno convinto persone normalmente disimpegnate a cancellare i loro programmi per il sabato per provare a evitare una tragedia nazionale: l’espulsione dei cittadini di sette paesi musulmani attraverso un ordine esecutivo del nuovo presidente.

Gli ordini esecutivi firmati da Trump questa settimana priveranno dei diritti fondamentali e dei servizi essenziali milioni di statunitensi e metteranno a rischio la sopravvivenza di altri milioni di migranti e profughi in tutto il mondo. Il bando totale sui profughi è arrivato proprio nel giorno della memoria, come a voler mostrare un altro dito medio a ciò che resta della morale pubblica.

Le cose stanno cambiando rapidamente, troppo rapidamente per molte persone che magari fino a qualche tempo fa credevano che Trump fosse solo l’espressione della “legittima” rabbia della classe operaia bianca. Questa tesi è stata spazzata via. L’unica cosa da fare, ormai, è capire come possiamo fermare tutto questo e quando cominciare a farlo. A San Francisco migliaia di persone sono andate a manifestare all’aeroporto. È come se stessero finalmente espellendo con violenza l’aria che hanno tenuto nei polmoni per otto settimane. I giorni passati a chiederci come abbiamo potuto permettere che tutto questo accadesse senza ipotizzare che forse, in qualche modo, la democrazia non ha portato giustizia, che il popolo ha sbagliato, sono finiti. Quella sensazione è sparita, sostituita dalla certezza che qualsiasi cosa volesse il popolo, di sicuro non era questo.

Il disprezzo di Trump per i riti della democrazia rende tutto questo ancora più difficile da sopportare

Nell’ultimo mese, mentre si susseguivano le rivelazioni sull’interferenza russa nelle elezioni e sulla manipolazione del voto da parte dei mezzi d’informazione, tutte le chiacchiere sulla democrazia sono state smentite, perché anche senza un’alternativa sicura è apparso evidente che questa non è l’espressione della volontà popolare.

Hillary Clinton – la seconda candidata più impopolare della storia recente – ha ottenuto tre milioni di voti in più rispetto a questo oligarca con l’autocontrollo di una lattina di Fanta agitata. Il disprezzo che questo piccolo e capriccioso imperatore mostra nei confronti dei riti e delle cerimonie della democrazia rende tutto questo ancora più difficile da sopportare per i centristi. Gli elettori comuni possono anche pensare che il governo sia corrotto, ma credono nella costituzione e nell’istituzione della presidenza, con la stessa pacata religiosità che i britannici mostrano verso la regina. Trump non ha nemmeno la sottigliezza per distruggere i meccanismi della burocrazia rispettando i rituali dello stato.

Sarebbe stata una cosa intelligente. E invece Trump ha cercato di suscitare stupore e meraviglia, senza riuscirci. Sono passati pochi giorni e la sua squadra ha già agito troppo, troppo rapidamente e troppo male. In They thought they were free (Pensavano di essere liberi), Milton Mayer spiega che i nazisti costruirono e mantennero un consenso evitando di “intraprendere azioni che avrebbero scosso un comune abitante di un villaggio, portandolo a dire ‘no, questo è troppo’. Le persone comuni – e con loro i tedeschi comuni – non possono tollerare azioni che calpestano il senso comune della decenza. È la resistenza che spaventa i tiranni, non la mancanza di qualcuno che possa fare il lavoro sporco per loro. I nazisti hanno dovuto capire quale sarebbe stato il punto in cui le atrocità avrebbero risvegliato la comunità riportandola alla consapevolezza delle sue abitudini morali. Questo punto può spostarsi in avanti con il peggiorare dell’emergenza nazionale. Il tiranno deve avvicinarsi a questo punto, ma non deve superarlo. Se resterà troppo lontano rischia un colpo di stato, mentre se lo supera rischia una rivoluzione popolare”.

Trump e la sua squadra non hanno la raffinatezza per gestire questo confine in perenne movimento. Sono passati pochi giorni ed è diventato tragicamente chiaro che le preoccupazioni della classe operaia bianca non corrispondono nemmeno vagamente alle preoccupazioni dell’amministrazione. A questa amministrazione non frega assolutamente niente delle persone ordinarie, ora che i rampolli delle multinazionali hanno ottenuto quello che volevano.

Quando sei in preda all’ansia e all’angoscia non c’è niente di meglio che partecipare a una manifestazione

Nei sei anni in cui mi sono occupata delle proteste negli Stati Uniti non avevo mai visto questo tipo di energia, di rabbia. Non siamo nel 2003. L’epoca in cui ci si poteva aspettare che il sistema avrebbe potuto controllare un presidente inadatto è finita.

L’amministrazione Trump ha solo pochi giorni di vita e le proteste contro di essa hanno già coinvolto funzionari pubblici, professori, giudici e avvocati. I sostenitori di Bernie Sanders e i centristi hanno manifestato fianco a fianco. Sta accadendo qualcosa di straordinario: per la prima volta in otto anni, tutti quelli che non fanno parte dell’estrema destra sono uniti nella resistenza. Il rancore e la confusione stanno cedendo il passo a una terribile chiarezza, mentre milioni di persone si risvegliano e capiscono che la resistenza non fa solo bene all’anima. Funziona.

Funziona. Sta funzionando oggi. La resistenza funziona. Molti statunitensi stanno per scoprire quello che l’estrema destra, la destra alternativa e i tea party sanno da molto tempo: quando sei in preda all’ansia e all’angoscia non c’è niente di meglio che partecipare a una rumorosa manifestazione insieme a molte persone convinte che l’oppressione è reale e che la giustizia è dalla loro pare. Questa volta è davvero così: la giustizia è dalla parte di chi protesta.

Resta da capire se anche la storia sarà dalla loro parte. È ancora troppo presto per capire cosa porterà questa nuova energia di resistenza, come sarà la reazione del potere, quali nuovi movimenti emergeranno da questo calderone di insoddisfazione popolare. Sono passati pochi giorni, ma il numero di statunitensi disposti ad accettare questa nuova normalità si sta riducendo sensibilmente. Ormai è evidente che viviamo in un momento cruciale. Nei prossimi anni una domanda sarà rivolta non solo ai politici e ai leader della protesta, ma a tutti i cittadini: cosa hai fatto nel 2017? Quanto tempo ti ci è voluto prima di dire “no, questo è troppo”? E cosa hai fatto per opporti?

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

pubblicità