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Quattro misure urgenti per la scuola e il resto del paese

Una lezione nella palestra dell’Istituto tecnico agrario Emilio Sereni a Roma, 24 settembre 2020. (Luca Santini, Contrasto)

È ormai passato un anno da quando la pandemia ha cominciato a condizionare pesantemente la vita di tutti. Non ce l’aspettavamo, nessuno di noi se lo aspettava, ed è per questa ragione che sono serviti alcuni mesi per orientarci. Il tempo di comprendere la gravità e l’estensione del fenomeno e la primavera era passata. Siamo rimasti come paralizzati fino a maggio-giugno, quando le misure di rigido confinamento decise dal governo Conte hanno mostrato con chiarezza i loro effetti. Non riesco a farne una colpa a nessuno per quel periodo. Siamo stati i primi in Europa a essere colpiti dal virus e, non sapendo bene cosa si dovesse fare, abbiamo fatto la cosa giusta: ci siamo chiusi in casa.

Il problema è venuto dopo: quando l’estate si avvicinava abbiamo scelto di non fare nulla. Come capita sempre in questo paese abbiamo respinto l’idea che il momento dell’azione fosse quello di maggior calma. Eppure in fondo gli esperti sapevano che la pandemia non era finita, che sarebbe tornata poco dopo e che sarebbe stata ancora più orribile e devastante. Lo sapevamo, insomma, e non abbiamo fatto niente.

Alcune cose che si potevano e si dovevano fare allora – che un ipotetico amministratore oculato avrebbe rapidamente messo in atto a partire da giugno – riguardavano due dei nostri ambiti sociali più rilevanti: il lavoro e la scuola.

Cosa bisognava fare
Sulla scuola e sulla didattica digitale scrissi a quei tempi alcune cose che secondo me andavano fatte allora, nessuna delle quali è stata considerata sul serio:

  • Cablare le scuole prima dell’inizio del successivo anno scolastico.
  • Fornire strumenti per affrontare il divario digitale nelle sue due componenti note a tutti, quella culturale e quella infrastrutturale.

Sul lavoro sarebbero servite persone più esperte di me, ma credo che il ragionamento da immaginare fosse sostanzialmente lo stesso: programmare una strategia d’emergenza per spostare temporaneamente il lavoro dai luoghi fino ad allora deputati alle case delle persone. Tutte le volte che fosse stato possibile.

I provvedimenti d’emergenza sulla scuola e sul lavoro erano accomunati da una caratteristica importante: erano temporanei, ma in parte anche strutturali. Avrebbero aperto piccoli spiragli di cambiamento e questo è stato considerato da molti come un rischio inaccettabile.

Alcuni dei provvedimenti necessari per il lavoro e la scuola riguardavano ancora una volta l’infrastruttura digitale e gli incentivi per migliorarla, altri più complicati erano normativi e di strategia aziendale. Serviva in ogni caso un piano accurato, affinché tutti quelli che potevano lavorare e studiare da casa fossero messi in condizione di farlo. Andava fatto in fretta, durante l’estate, per essere pronti se e quando il disastro fosse ritornato.

Il sentimento conservatore
Come poi sono andate le cose lo abbiamo visto. Ha prevalso il sentimento conservatore che caratterizza da sempre questo paese: una disperata, assoluta e continua voglia di guardare indietro, di essere rassicurati, di frequentare le stanze conosciute. Di rioccupare, se per caso gli eventi ce le avessero improvvisamente strappate, le piccole abitudini acquisite, continuando a utilizzarle come misura per osservare il mondo.

In fondo la nostra paralisi operativa dopo la prima ondata della pandemia si spiega all’interno di due elementi principali: il desiderio conservatore degli italiani e la mediocrità nota della sua macchina amministrativa. Entrambi gli elementi sono importanti e concorrono al fallimento: l’eventuale assenza occasionale di uno dei due non modificherà il risultato finale.

Le discussioni pubbliche sull’imprescindibile riapertura delle scuole, quelle che ironizzavano o demonizzavano il lavoro a distanza, gli opinionisti in tv, le linee editoriali dei quotidiani, i filosofi da talk show, certi virologi, il populismo spicciolo dei politici e dei ministri, erano tutti, per una volta, uniti da due elementi ampiamente esposti: un desiderio fortissimo di rimozione (state tranquilli, tutto tornerà esattamente come prima) e un rifiuto categorico di ogni innovazione. Come sempre in questo paese, anziano anche fra i suoi pochi giovani, quello che non è ben conosciuto sarà oscuro e portatore di sventure. E l’atteggiamento non si modificherà nemmeno di fronte a improvvise e drammatiche emergenze.

Dentro un simile assolutismo di maniera non ci si è nemmeno accorti che la discussione pubblica, se mai fosse stato il caso di farne una, non doveva essere la solita dissertazione sul futuro e i suoi guasti ma, molto più concretamente, su come fare per minimizzare i danni durante un’emergenza planetaria.

La discussione sulla scuola che tanto ci ha appassionato non era confrontare l’insegnamento a distanza con quello in presenza, ma semmai, come i fatti ci hanno poi indicato chiaramente, la didattica a distanza con il niente. Su questo sarebbe stato utile il punto di vista degli esperti e i provvedimenti del governo. Ma a un’ipotesi di lavoro del genere non si mai arrivati, né a giugno né dopo. Quella – il cosiddetto worst case scenario – sarebbe dovuta essere la prima preoccupazione del buon amministratore che non sa cosa accadrà nei prossimi mesi e che, proprio perché non lo sa, deve attrezzarsi per il peggio. Cosa facciamo se tutto va molto male e la discussione sui banchi a rotelle o sui trasporti verso le classi liceali verrà travolta dagli eventi?

Cosa fare ora
Così ora, in attesa della terza ondata che ci raggiungerà fra poco (ormai non c’è nemmeno più il punto interrogativo da lasciar cadere per fini scaramantici in fondo alla frase) e dei prossimi dodici mesi che saranno di certo mesi di ulteriore emergenza, non ci possiamo concedere il lusso di ricommettere gli stessi errori di giugno, proprio nel momento in cui il governo italiano annuncia che l’innovazione sarà uno dei pilastri della prossima ricostruzione del paese finanziata dai duecento miliardi dell’Unione europea.

  • Serve un provvedimento urgente per cablare tutte le scuole italiane nel giro di qualche mese. I progetti di rete ultrabroadband “per tutti gli italiani”, che sono in ballo da un decennio con le solite deprimenti battaglie di potere, non possono essere usati come alibi. Serve un accordo con le aziende di telecomunicazioni, i soldi dello stato e una strategia rapida. Nemmeno il piano di Lepida per le scuole in Emilia-Romagna, che è il fiore all’occhiello nazionale, ha la velocità necessaria. Fibra nelle scuole subito, costi quel che costi.
  • Servono incentivi economici alle linee fisse casalinghe. Lo stato si faccia carico del cinquanta per cento almeno del canone mensile di chiunque intenda collegare le proprie case alla rete. Dimentichiamo il ridicolo e confusionario incentivo che il governo ha partorito per le categorie di cittadini a basso reddito in questi mesi. Solo linee fisse, con contratti always on, niente fronzoli.
  • Servono incentivi per l’acquisto di personal computer e notebook, per tutti, con ulteriori incentivi per gli studenti. Niente tablet o tantomeno smartphone, niente furbizie da sottoscala come quella di includere abbonamenti pagati dallo stato per gli editori in crisi.
  • Serve un luogo nazionale di formazione digitale: è tutto quello che possiamo fare in tempi così brevi per il digital divide culturale. Una via di mezzo fra un portale di aiuto e un call center, un repository di video e tutorial e un canale televisivo, un social network di aiuto e condivisione dei problemi. Servono intelligenze e risorse umane per organizzare un servizio pubblico del genere a supporto dei cittadini con le minori competenze informatiche di tutta Europa.

Serve, soprattutto, uno scatto politico importante che in questo momento è così difficile da riconoscere. Affinché l’essenza della politica italiana non sia più quella che i genitori di Giulio Regeni hanno magistralmente descritto qualche giorno fa in una frase lapidaria che mi sono segnato: “Le parole senza le azioni conseguenti”.

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