Tre cose andavano fatte per la scuola dopo la pandemia da coronavirus. Le ho cercate in giro, anche nel decreto Rilancio appena pubblicato in Gazzetta ufficiale, e non ne ho trovato traccia.

È un documento ampio il decreto legge del 19 maggio 2020 numero 34 denominato “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da covid-19”: 332 pagine e 266 articoli di legge, scritti nell’usuale faticoso linguaggio giuridico. Poche cose al momento rappresentano meglio di quel testo la complessità che la pandemia ha scaricato sulle nostre teste.

Non esiste ambito o classe produttiva, gruppo sociale o attività imprenditoriale che non sia uscita cambiata da questi ultimi tre mesi: così il documento cerca di occuparsi di tutti, prova a immaginare aiuti e incentivi, spesso in contesti di grande urgenza e drammaticità. Durante la lettura è impossibile non pensare che amministrare la cosa pubblica in Italia di questi tempi sia davvero di una responsabilità da far tremare i polsi.

Scelte sociali senza precedenti
Quel documento tuttavia – come spesso avviene in casi simili – è anche altro. Oltre a un lungo elenco di buone intenzioni e di iniziative ragionevoli è anche la rappresentazione di una difficoltà di orientamento. Centinaia di provvedimenti, una parola per tutti, stimoli da ogni direzione, ma – alla fine – una modesta visione d’insieme. È un lungo elenco, una lista senza filo conduttore.

Prendiamo per esempio il tema della scuola e della didattica a distanza. Si tratta di uno degli argomenti maggiormente discussi in questi mesi: per la sua importanza e per le inevitabili ricadute sociali che la chiusura degli edifici scolastici, la didattica da casa, l’utilizzo di strumenti digitali alternativi hanno imposto agli studenti e alle loro famiglie, oltre che evidentemente a ogni insegnante. Problemi che non scompariranno nei prossimi mesi, nemmeno quando, dopo l’estate, si dovranno immaginare nuove strategie per la riapertura. Questioni di cui, peraltro, si parla già da tempo.

Le risorse destinate alla scuola, contenute nell’articolo 231 del decreto, sono davvero modeste: 331 milioni di euro complessivi che andranno divisi per le oltre 58mila scuole italiane (circa 5.700 euro per ogni scuola con i quali affrontare decine di problemi diversissimi che vanno dall’adeguamento dell’edilizia scolastica per il distanziamento, alle dotazioni informatiche, all’acquisto del gel per le mani) ma, di nuovo, non è solo una questione economica. Sulla scuola alcune scelte strategiche andavano fatte subito e non se ne trova traccia, né qui né altrove. Ne elenco alcune.

Il primo punto evidente è sotto i nostri occhi da alcuni mesi e riguarda l’infrastruttura digitale scolastica. Mentre alcuni intellettuali e la ministra dell’istruzione incrociano le spade sui quotidiani riguardo alla scuola che è “vera scuola” solo se torna esattamente com’era prima, forse sarebbe stato il caso di accorgersi che per organizzare il prossimo anno scolastico i temi rilevanti sembrerebbero essere altri.

Un’infrastruttura digitale sarebbe utile alle scuole in ogni caso

Il primo è che non sappiamo se riusciremo a riaprirle, le scuole. Il secondo è che, se anche – come speriamo tutti – le riapriremo, serviranno precauzioni e scelte sociali senza precedenti. Detto in altre parole: a settembre sarebbe servito che ogni scuola italiana fosse connessa a internet con linee dedicate veloci e simmetriche. Perché noi oggi non sappiamo cosa succederà tra qualche mese: non sappiamo se i ragazzi potranno accedere alle loro classi, se lo faranno in turni differenti o a giorni alterni, non sappiamo se la didattica sarà in classe o a distanza. Quello che sappiamo è che un’infrastruttura digitale sarebbe utile alle scuole comunque. Non foss’altro, nella peggiore delle ipotesi, per ospitare fisicamente gli insegnanti che potrebbero fare lezione ai loro studenti a casa dentro un’organizzazione migliore di quella che abbiamo patito in questi mesi. Serviva insomma un piano di connettività scolastica urgente e ampio, finanziato dallo stato, da immaginare ora e da attuare in questi mesi prima del nuovo anno scolastico, tenendo presente che la maggioranza delle scuole italiane è attualmente dotata di connessioni a internet di qualità più che scadente. Eppure non esiste nulla del genere, nessuno ne ha parlato, forse nessuno ci ha pensato.

Connettività nelle case
Esiste poi una seconda emergenza tecnologica connessa alla didattica a distanza. Ed è quella della connettività casalinga delle famiglie che stanno dall’altro capo del filo digitale. Anche su questo versante i problemi sono molteplici e sono venuti a galla tutti improvvisamente in questi mesi. I principali sono fondamentalmente tre. Una carenza di connessioni su linea fissa nelle case degli italiani, una scarsa dotazione di dispositivi tecnologici (pc e tablet) specie nelle famiglie con più figli in età scolare, un’ampia difficoltà/diffidenza culturale a usare gli ambienti digitali da parte di molti genitori e studenti. Oltre ai fondi per il rafforzamento dell’ecosistema delle startup innovative o a quelli per la creazione di un polo di eccellenza nel settore automotive a Torino o a quelli per il potenziamento della linea ferroviaria Battipaglia-Potenza, forse nel decreto Rilancio si sarebbero potuti prevedere incentivi per installare (di nuovo) le linee fisse che gli italiani hanno dismesso a milioni in questi anni dalle loro case, così come soldi per l’acquisto di pc, notebook o tablet per la didattica a distanza e non solo.

Infine, visto che come è noto il divario digitale non riguarda solo le linee e le macchine ma colpisce soprattutto le competenze di tutti noi, perché non immaginare un’inedita rete di assistenza (a casa o in remoto) che lo stato fornisca a quanti abbiano difficoltà legate a tutti gli aspetti della cultura digitale? Una grande nuova agenzia, a disposizione dei cittadini che si sono trovati improvvisamente dentro un mondo nuovo che non conoscono. Ad alcuni potrà non servire ma alla maggioranza degli italiani sicuramente sì: magari senza dimenticare, come gli eventi di queste settimane ci hanno indicato chiaramente, che sono i più deboli e i meno protetti tra i cittadini a patire i danni peggiori e ad aver maggiore bisogno di aiuto.

I contenuti del decreto, le dichiarazioni fideistiche della ministra Azzolina sul grande successo della didattica a distanza durante la pandemia, affermazioni sulle quali sembrerebbe lecito avere qualche dubbio, i pochissimi dati disponibili al riguardo (per esempio questo studio secondo il quale il 61 per cento dei bambini delle elementari delle scuole di Roma non ha fatto nemmeno un’ora di didattica online durante la pandemia), le polemiche pubbliche spesso basate sulla contrapposizione tra vecchio e nuovo mondo (con il vecchio mondo come sempre a uscirne vincitore se non altro per sfinimento), sembrano tutte figlie dell’usuale sfiducia che abbiamo verso ogni ipotesi innovativa. È un sentimento comprensibile, per nulla nuovo, una risposta quasi automatica che è una costante nella storia recente di questo paese.

Nella logica emergenziale imposta dal coronavirus molto in questi mesi è stato sopportato e accettato con leggerezza; del resto siamo finiti, contro la nostra volontà, all’interno di una gigantesca eccezione. Ma ora che i fili dell’emergenza sembrano allentarsi si materializza non solo la mancanza di visione di un intero paese e della sua classe dirigente, ma anche un certo colpevole disinteresse nell’immaginare come provare a limitare i danni nei prossimi mesi se la situazione dovesse peggiorare di nuovo. Servirebbe insomma un po’ di pragmatismo, anche tra gli amanti inconsolabili della penna d’oca.

Oggi il punto non è tanto aderire più o meno convintamente a un’idea di scuola trasformata dai tempi digitali, tantomeno di discutere per l’ennesima volta su pregi e limiti dei massimi sistemi educativi nei tempi corrotti nei quali ci è toccato vivere, quanto di comprendere che se non ci attrezzeremo per tempo anche il prossimo anno scolastico sarà un disastro come è stato quello che sta terminando giusto ora.

Inutile dire che, al momento, è già piuttosto tardi.

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