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Fare il pendolare è una maledizione

Passeggeri in attesa di un autobus durante uno sciopero dei trasporti a Londra. (Ian Waldie, Getty Images)

Sono decisamente favorevole alla diversità e agli stili di vita alternativi, ma cosa dire di quella piccola percentuale di popolazione che, secondo numerosi sondaggi, giudica le ore passate per andare e tornare dal lavoro come le migliori della giornata? Sbagliano. Tutti sanno che il pendolarismo è una maledizione.

È deprimente, fa male alla salute, è associato a un più alto tasso di divorzi e, più lunga è la tratta, peggiori sono gli effetti. Anzi, dato che gli ingorghi di traffico e i ritardi dei treni sono imprevedibili, è un tipo di sofferenza alla quale le persone non si abituano mai completamente. È questo uno dei motivi per cui non dovremmo mai scegliere di viaggiare di più per avere una casa più bella lontano da dove lavoriamo: il piacere di vivere in quella casa con il tempo svanirà, ma la tortura del tragitto quotidiano rimarrà.

Il mondo esterno caparbiamente presente

Perciò, da chi è formato quel 16 per cento di canadesi – per citare uno studio pubblicato di recente – che sostiene di trovare estremamente piacevole andare avanti e indietro, o quel 3 per cento di chi lo apprezza più di qualsiasi altra cosa? Soprattutto ciclisti. Ma da uno studio uscito quest’anno è emerso che c’è anche un altro fattore: le persone con un maggiore autocontrollo, hanno scoperto i ricercatori di Harvard, amano di più il pendolarismo perché usano quel tempo per pianificare mentalmente la giornata, mentre quelle con un minore autocontrollo cercano di distrarsi ascoltando musica o giocando a Candy crush.

Da un’altra sezione dello studio risulta che anche i partecipanti incoraggiati a fare progetti per la giornata erano più felici. In breve: è meglio accettare il fatto che stiamo andando in ufficio e prepararci invece che cercare di prolungare la sensazione di non essere al lavoro.

Secondo alcune ricerche, è possibile perfino ridurre un intenso dolore fisico prestandogli tutta la nostra attenzione

Questo ci porta a riflettere su un aspetto interessante di tutte le situazioni spiacevoli, non solo di quelle che implicano lo stretto contatto con le ascelle degli altri su un treno: spesso è più stressante cercare di non pensarci che accettarle per quello che sono. L’ho capito quando ho cominciato a correre senza cuffie. È vero che ascoltare musica o programmi registrati mi distraeva dalla fatica fisica, ma al livello subliminale continuava a rafforzare l’idea che l’esercizio fisico fosse qualcosa di sgradevole dal quale dovevo distrarmi.

Senza auricolari, almeno ho la possibilità di godermi la corsa. Secondo alcune ricerche, è possibile perfino ridurre un intenso dolore fisico prestandogli tutta la nostra attenzione. La ginnastica mentale che facciamo per distrarci dalla situazione in cui ci troviamo, invece, non funziona mai del tutto, perché, nonostante i nostri sforzi per non pensarci, siamo comunque in quella situazione.

“Lascia che la realtà sia realtà”, diceva l’antico saggio cinese Lao-Tzu, il quale però non doveva sopportare quei viaggi snervanti avanti e indietro, anche perché forse non è mai esistito. Comunque, aveva ragione: “accettare” non significa necessariamente rassegnarsi al destino, ma smettere di fingere che le cose non stiano come stanno. Siete su un treno in ritardo e scandalosamente affollato e non lo sopportate? E allora lasciate il lavoro! Oppure non fatelo, ma non pensate che liberarvene a metà – solo dentro di voi – serva a qualcosa. Il mondo esterno rimarrà caparbiamente presente.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian.

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