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Egocentrici a nostra insaputa

Klaus Vedfelt, Getty Images

Anni di convivenza con gli americani alla fine mi hanno convinto che il loro atteggiamento nei confronti di uno dei grandi dilemmi della vita è quello giusto. Quando siamo al ristorante, è corretto rimandare indietro un piatto se non è come lo avevamo ordinato, cioè freddo se dovrebbe essere caldo, coperto di formaggio se lo abbiamo chiesto senza formaggio? Naturalmente, il terrore di noi inglesi di farci notare è così profondamente radicato in me che alla sola idea mi si stringe lo stomaco per l’ansia. Ma alla fine quello che mi ha convinto è stato rendermi conto che di solito quel terrore è una forma di egocentrismo.

Siamo davvero così importanti che se chiediamo di avere un piatto senza formaggio le persone che stanno cenando con noi rimarranno paralizzate per l’imbarazzo, rovineremo la giornata del cameriere e traumatizzeremo tutto il personale della cucina? Guardiamo in faccia la realtà: non lo siamo, siamo piuttosto in preda a quella che potremmo chiamare “reticenza egocentrica”. Paradossalmente, la nostra paura di essere al centro dell’attenzione parte dal presupposto che già lo siamo.

La reticenza egocentrica ha fatto capolino di nuovo l’altro giorno (o forse dovrei dire che si è rifiutata di farlo, per paura di dare spettacolo?) in uno studio sulla gratitudine, dal quale è emerso che le persone in genere sottovalutano quanto piacere può fare un biglietto di ringraziamento.

Al centro del mondo
Gli psicologi Amit Kumar e Nicholas Epley hanno chiesto a un gruppo di persone di inviare un biglietto di ringraziamento a qualcuno che aveva fatto la differenza nella loro vita. Nella maggior parte dei casi, le persone hanno pensato che le loro parole non avrebbero fatto tanto piacere ai destinatari – più di quanto non sia successo in realtà –, che li avrebbero messi in imbarazzo. Inoltre, si aspettavano che i destinatari avrebbero giudicato severamente le loro lettere.

Perfino nel contesto apparentemente altruistico di un’espressione di gratitudine, i mittenti non potevano fare a meno di dare troppo peso a se stessi. Perciò se vi trattenete dall’inviare un biglietto di ringraziamento a qualcuno perché temete di metterlo in imbarazzo, o che trovi sgradevole la vostra prosa, state permettendo al vostro egocentrismo di sabotare un’iniziativa che avrebbe reso entrambi più felici.

La forma più acuta di reticenza egocentrica è senza dubbio l’estrema timidezza. Capisco che a chi ne soffre non piace sentirla definire così ma, se ci lasciamo bloccare dalla sensazione che tutti ci giudichino, non stiamo forse sopravvalutando quanto siamo importanti per loro?

In un famoso esperimento, alcuni studenti che indossavano magliette con il ritratto di Barry Manilow – scelte perché particolarmente imbarazzanti – dovevano attraversare classi piene di compagni di scuola. Le persone che hanno notato le magliette sono state circa la metà rispetto alle stime fatte da chi le indossava.

“La timidezza è tipica di chi si sente al centro del mondo”, ha detto una volta l’attrice Penelope Keith durante un’intervista, una battuta alla quale la giornalista Sadie Stein attribuisce il merito di aver curato la sua timidezza. “Per qualche motivo, l’indiscutibile durezza di quella frase era proprio ciò di cui avevo bisogno”, ha scritto Stein. “Ok, ho pensato… nessuno ti sta guardando, pensarlo è la forma peggiore di egocentrismo”.

Penso che anche a noi persone meno timide potrebbe servire un po’ di quella durezza. Mandate il biglietto di ringraziamento. Telefonate all’amico che ha subìto un lutto. (Pensare che così non farete che ricordargli la perdita è un altro classico caso di egocentrismo). Imbarcatevi nell’attività di volontariato per la quale temete di non essere all’altezza. E rimandate indietro il piatto al ristorante, se proprio dovete. Va bene voler apparire modesti, ma a volte bisogna scendere dal piedistallo.

Consigli di lettura

Il libro di Nicholas Epley Mindwise ci dimostra come spesso sbagliamo nel decodificare quello che succede nella mente degli altri, e perché siamo così tentati di immaginare che pensino e provino quello che pensiamo e proviamo noi.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian.

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