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Disforia nazionale

Durante una manifestazione contro l’indipendentismo a Barcellona, 29 ottobre 2017. (Rafael Marchante, Reuters/Contrasto)

Dopo aver passato l’ultima settimana di settembre a Barcellona, sono andato a Hydra, una piccola isola greca protetta dal traffico e dallo sfruttamento immobiliare, a solo due ore di nave da Atene. Una sorta di paradiso per le classi ricche e istruite: un’estensione insulare del quartiere di Kolonaki.

Le moderne valige con le rotelle fatte per i viaggi urbani diventano scatole assurde e impossibili da spostare lungo le strade lastricate dell’isola. I muli carichi di bagagli variopinti si arrampicano fino al villaggio prendendo stretti sentieri quasi verticali o scalinate in pietra e sono una metafora delle condizioni di vita nel terzo millennio. I nostri corpi sono come questi muli: muscoli preistorici e silenziosi che trasportano sul loro dorso un futuro tecnologico e sofisticato. Ma senza i muli non c’è progresso e l’economia non avanza.

La casa dove dormo è a due passi da quella in cui ha vissuto Leonard Cohen. La casa è anonima ma la strada porta il suo nome: odos Leonard Cohen. Pensavo che andare a Hydra mi sarebbe servito a fare pulizia nel cervello. Non pensavo a delle vacanze, ma a svuotare l’archivio, a scaricare la memoria, a cancellare, a inizializzare. Ma nulla si cancella né si inizializza. Anche le macchine non possono essere inizializzate. Chi dice di cancellare dice una bugia. Come spiegava Derrida commentando Freud, la memoria è una sorta di lavagna magica sulla quale continua ad apparire quello che è già stato inserito.

Tracce indelebili
Passando il cursore per cancellare quello che c’è scritto, la superficie sembra pronta a essere riscritta, ma sotto c’è un altro strato, un immenso spazio denso e illeggibile, carico di tracce indelebili. E la coscienza, grazie a una gomma enorme, può riemergere: nulla si cancella. Dove va il dolore quando sembra farsi dimenticare? Dove va l’amore quando sembra essere stato dimenticato? Scendo nel porto di Kamini, nella vecchia taverna dai muri consumati rossi e gialli, dove si riuniscono i pescatori e sento la canzone “documenta”.

Nulla si cancella, nulla si riscrive su ciò che è già stato scritto: il sole cocente, la voce di Sotiria Bellou, il numero esatto di volte che bisogna girare a destra e a sinistra per trovare la casa, le buganvillee umide, i gatti addormentati o affamati. Quando riesco ad articolare due brevi frasi gli abitanti mi parlano in greco, ma alla terza capiscono che non posso più seguire la conversazione e allora mi chiedono: “Da dove vieni amico?”, io rispondo “da Barcellona” e cerco di non riflettere troppo.

Non vedo la nazione, non la sento, non la capisco. Sono insensibile alle modalità affettive che suscita la patria

Oggi per la prima volta la domanda che segue questa affermazione non è più “Barça o Real Madrid?” (i greci sono dei grandi tifosi), ma piuttosto “catalano o spagnolo?” e io rispondo “né l’uno né l’altro”. “Po-po-po”, dicono loro, che in greco significa più o meno “non è possibile!”.

Mentre seguo lo svolgimento del conflitto tra indipendentisti catalani e unionisti spagnoli dall’altra parte del Mediterraneo, mi rendo conto di soffrire di un’incapacità a comprendere quello che gli uni e gli altri definiscono “nazione”. Non vedo la nazione, non la sento, non la capisco. Sono insensibile alle modalità affettive che suscita la patria. Patria, padre, patriarcato, ho ormai abdicato da queste cose. Non capisco a cosa si riferiscono gli uni e gli altri quando parlano della “loro storia”, della “loro lingua”, della “loro terra”. Spagna, Catalogna, sono nomi che non mi fanno vibrare. Non risuona nulla in me. Al contrario, ho sempre ascoltato la parola Spagna con diffidenza e paura.

Forza, limite, negazione
La nazione è riconosciuta come stato dove esistono la norma, la violenza, i confini, la frontiera. Così lo scorso 1 ottobre si è espressa l’esistente nazione-stato-Spagna nei confronti della non esistente nazione-stato-Catalogna: come forza, come limite e come negazione. Da questo punto di vista lo stato-nazione è il limite che impedisce la realizzazione della democrazia. Una costituzione che legittima e protegge questo esercizio della violenza non è una garanzia di democrazia, al contrario è l’espressione del limite stesso di una possibile democrazia futura.

Non concepisco né il mio corpo né la mia esistenza politica in quanto parte della nazione spagnola. Né identità né indipendenza. Concepisco la mia esistenza politica solo in funzione di altri corpi viventi, in una relazione al tempo stesso di estraneità e di dipendenza. Il mio popolo è quello dei muli, dei malnati, degli apolidi. Chi mi interessa sono i non popoli in via di creazione, le non comunità politiche la cui espressione sovrana espressa come potenza eccede i limiti del potere, i corpi silenziosi del mondo che non sono definiti come popoli, chi porta il futuro sulle sue spalle e a cui nessuno concede la legittimità di soggetto politico. Il solo statuto che capisco è quello dell’estraneità: vivere là dove tu non sei nato, parlare una lingua che non è la tua e farla vibrare con un altro accento, fare in modo che le tue parole siano grammaticalmente giuste ma foneticamente devianti.

Come parlare di nazione quando alcuni di noi si sono visti rifiutare il diritto di essere nati?

Non la nazione ma il processo di espropriazione e di disidentificazione sono ciò che caratterizzano i miei paesaggi. Paesaggi che altri potrebbero considerare come nazionali. Quando torno dove sono nato mi sento perfettamente straniero, non è la mia terra e quando parlo so che questa non è la mia lingua.

Come parlare di nazione quando alcuni di noi si sono visti rifiutare il diritto di essere nati? Come parlare di terra quando siamo stati cacciati da quella che avrebbe dovuto essere la nostra casa? Come parlare una lingua materna quando nessuno voleva ascoltare quello che avevamo da dire? Poiché il potere medico mi ha diagnosticato una disforia di genere con il pretesto che non mi identificavo con il genere che mi hanno attribuito alla nascita, ebbene oggi mi rivendico affetto da disforia nazionale.

Concepisco le politiche di identità solo in quanto strumento iperbolico attraverso le quali un soggetto la cui esistenza politica è stata negata si afferma e si rende visibile nel campo pubblico. Concepisco le politiche di identità solo come preludio di un processo di identificazione, che rimette in discussione lo stato nazionale come unico soggetto politico.

E non dico questo per evitare di prendere posizione in un conflitto. La mia simpatia va verso la rottura, verso la trasformazione, verso la manifestazione reale di ciò che non ha potuto essere espresso politicamente o legalmente, verso l’ontologia dell’impossibile. E in ogni caso verso nuove repubbliche della penisola. Per questo desiderio di rottura (per questa mia ostinazione a cancellare per scrivere di nuovo, per interrogare la traccia che persiste) Paul Beatriz, neonato soggetto politico (di fantapolitica), ha votato per la prima volta domenica 1 ottobre per il referendum (di fantapolitica). Coloro che pensano che Paul non esista sono gli stessi che pensano che non abbiamo votato. Eppure noi esistiamo, e votiamo.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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