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In un anno Donald Trump ha accelerato il declino degli Stati Uniti

Donald Trump sale su un elicottero Marine One alla Casa Bianca, Washington, agosto 2017. (Carlos Barria, Reuters/Contrasto)

È l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd ad aver trovato l’espressione più tagliente, oltre che la più azzeccata: “In meno di un anno, l’America di Donald Trump è diventata lo zimbello (the laughingstock in inglese) del mondo intero”, scrive Rudd in un articolo della rete Project Syndicate.

La cosa più grave in questa crudele definizione è che a essere evocata è “l’America di Donald Trump”, non la figura del presidente. Perché se il miliardario divenuto comandante in capo della prima potenza mondiale suscita regolarmente risate e sorrisi, talvolta a denti stretti, quel che sta succedendo per gli Stati Uniti è di natura diversa.

Un anno dopo l’elezione di Trump, l’8 novembre 2016, che ha colto di sorpresa il mondo poiché tutti avevano pronosticato la vittoria di Hillary Clinton, il suo è ancora il regno dell’imprevedibilità.

Il paese chiuso in se stesso
Questa imprevedibilità, verso la quale la diplomazia prova solitamente orrore, riguarda sia il destino personale di Donald Trump, sempre più incerto a mano a mano che procede l’inchiesta sulla Russia connection durante la campagna elettorale, sia la posizione e la strategia degli Stati Uniti nel mondo, oggi difficilmente interpretabili.

La “guerra culturale” in corso negli Stati Uniti, e l’energia impiegata dalla Casa Bianca per difendersi ed evitare al presidente le insidie di un procedimento di messa in stato d’accusa (impeachment), ovvero di destituzione parlamentare, rischiano di far chiudere il paese sempre più in sé stesso, rendendolo meno ricettivo a quanto accade nel mondo e ai mutamenti geopolitici.

Sarebbe un fatto positivo se la cosa permettesse di evitare avventure potenzialmente catastrofiche come l’invasione dell’Iraq decisa dall’amministrazione Bush nel 2003, di cui il mondo paga ancora a caro prezzo le conseguenze. Ma le difficoltà interne e le incoerenze dell’amministrazione Trump non le impediscono comunque d’imperversare, perlopiù negativamente.

Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha esercitato il suo potere in chiave negativa, smontando una parte dei risultati ottenuti dal suo predecessore Barack Obama, al quale tributa un odio ammantato di gelosia.

  • Ha fatto marcia indietro in maniera alquanto irrazionale a proposito del Trattato transPacifico (Tpp), che era stato negoziato in Asia per “contenere” la Cina, un obiettivo che pure era uno dei temi portanti della campagna presidenziale di Trump.
  • Ha ritirato la partecipazione degli Stati Uniti al trattato di Parigi sul riscaldamento del clima, dando così una forte spinta agli scettici dei cambiamenti climatici, in barba ai dati scientifici e all’opinione del resto del mondo.
  • Ha rifiutato di confermare l’accordo nucleare con l’Iran, indebolendo senza tuttavia vanificare uno dei rari successi delle trattative multilaterali degli ultimi anni, rischiando così di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente ma anche di distruggere ogni possibilità di negoziato con una Corea del Nord già nuclearizzata e che ha tutte le ragioni, ormai, di diffidare della parola di un presidente degli Stati Uniti.

A questa lista già sufficientemente pesante, si aggiungono le gravi minacce che fa pesare sul Nafta, l’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti, il Messico e il Canada, e la cui scomparsa, qualunque cosa si pensi di questo tipo di accordi, avrebbe serie conseguenze sugli equilibri tra il suo paese e il suo vicino meridionale.

Questa capacità del capo dell’esecutivo di fare danni non è accompagnata da una strategia chiara. Questo isolazionista primordiale ha comunque deciso di rilanciare l’impegno militare statunitense in Afghanistan, ha bombardato la Siria perché sua figlia aveva visto delle immagini impressionanti su Fox News, e ha rischiato di provocare uno scontro tra il Qatar e i suoi vicini del Golfo autorizzando un’offensiva congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro il loro rivale di Doha.

Alla vigilia di un lungo viaggio in Asia Donald Trump continua a non avere una linea politica chiara

È vero che ha contribuito in maniera decisiva alla sconfitta del gruppo Stato islamico (Is) nelle sue due roccaforti di Mosul e Raqqa. Ma è altrettanto chiaro che non possiede alcun piano per il dopo Is, né in Siria né in Iraq. La questione curda in Iraq lo dimostra in maniera evidente.

Per restare in Medio Oriente, viene da chiedersi se riuscirà mai un giorno a comprenderne la complessità: Donald Trump si mostra così compiacente nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu da spingere quest’ultimo ad accelerare la colonizzazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, senza timore di proteste da parte della Casa Bianca, con il rischio di creare così le guerre di domani.

Nel momento in cui è in corso la sua prima lunga visita in Asia, un viaggio la cui posta in gioco è gigantesca, tra nucleare nordcoreano e relazioni con la superpotenza di domani, la Cina di Xi Jinping, Donald Trump continua a non avere una linea politica chiara, sballottato com’è tra due entourage in conflitto tra loro, sull’orlo della rottura con il suo segretario di stato Rex Tillerson, che lo ha esplicitamente definito un “cretino” (moron), e preoccupato prima di tutto di proteggere la sua base elettorale conservatrice.

Il principale beneficiario
Questo cocktail di dilettantismo, accecamento ideologico e interessi contraddittori mette sempre più fuori gioco il paese. Non perché gli Stati Uniti abbiano deciso così o perché siano privi dei mezzi per rimanere “in gioco”, ma perché la loro incoerenza li rende un alleato sempre meno affidabile, degli strateghi senza strategia e neppure una visione.

Il principale beneficiario di questa situazione è evidentemente Xi Jinping, appena incoronato “re” di Cina, secondo la formula ironica ma carica d’ammirazione usata dallo stesso Donald Trump in un’intervista televisiva.

I dirigenti cinesi analizzano da anni il “declino” della potenza americana. Pensavano che il momento fosse già arrivato nel 2008, durante la crisi dei subprime, quando hanno creduto troppo presto che il loro momento fosse arrivato. Questo accadeva prima di Xi Jinping, arrivato al potere nel 2012, e prima di Donald Trump, eletto solamente un anno fa.

Esaminando il discorso fiume di Xi Jinping durante il diciannovesimo congresso del Partito comunista cinese, la settimana scorsa, è possibile leggere tra le righe come Pechino sia oggi convinta che ci siano tutte le condizioni perché la Cina ridiventi quella potenza mondiale che era un tempo l’“impero di mezzo”.

Lo deve ai suoi notevoli sforzi, che le hanno permesso di diventare la seconda economia mondiale in tre decenni, ma anche a Donald Trump, che sta facendo sprofondare il suo paese in una condizione di disagio strategico che può essere interpretato come un segno di declino.

L’assenza europea
Così facendo, Donald Trump ottiene un risultato opposto a quanto difende e professa: invece di rendere l’America great again, trasmette ai suoi rivali l’immagine di un uomo che sta indebolendo il suo paese e la sua statura su scala mondiale. Chi crede ancora che gli Stati Uniti stiano diventando più “grandi” con Trump? Di sicuro non Xi Jinping.

Gli europei assistono a questi sconvolgimenti con la loro abituale indifferenza verso le evoluzioni del mondo. Lo psicodramma catalano concentra tutte le attenzioni, ma si tratta solo di uno spettacolo secondario, come dicono gli statunitensi, un granello di sabbia rispetto alla posta in gioco del tempo presente.

Dopo essere stati rinvigoriti dalle minacce di Donald Trump di togliere il proprio “scudo” agli europei che non erano disposti a pagarlo, i paesi del “vecchio continente” sono stati rassicurati dalle parole concilianti pronunciate in seguito, e tutto si svolge come se l’allarme fosse rientrato.

Sarebbe un errore grave, che per di più minaccerebbe gli europei di essere solo delle pedine, e non i protagonisti, dei cambiamenti strategici profondi in corso oggi.

Questa presa di coscienza è cominciata, in particolare dopo l’elezione di Emmanuel Macron in Francia, ma resta ancora troppo incerta per cambiare le cose. Un anno dopo l’elezione di Donald Trump, l’Europa deve ancora decidere se vuole essere l’appendice di un’America in crisi o padrona del proprio destino.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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