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La battaglia dell’Himalaya tra Cina e India

Soldati indiani pattugliano un’autostrada a Gagangir, al confine con la Cina, 17 giugno 2020. (Tauseef Mustafa, Afp)

Il 15 giugno, nel territorio indiano del Ladakh, tra le vette dell’Himalaya e con temperature al di sotto dello zero, si è verificato un duro faccia a faccia tra i soldati cinesi e quelli indiani, degenerato in uno scontro violento con diverse vittime per la prima volta negli ultimi 45 anni.

Secondo New Delhi i morti indiani sarebbero venti, mentre il numero di vittime cinesi è ignoto. Ufficialmente non sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco e la battaglia si sarebbe consumata con pietre e bastoni, il che offre un’idea della violenza raggiunta per arrivare a un simile bilancio.

I due paesi si rinfacciano a vicenda la responsabilità per l’incidente alla frontiera e si accusano reciprocamente di aver sconfinato.

La faccenda è inquietante per diversi motivi. Prima di tutto, evidentemente, per la dimensione dei due paesi coinvolti, i più popolosi al mondo con più di un miliardo e mezzo di abitanti, entrambi dotati della bomba atomica ed entrambi guidati da regimi nazionalisti che non vogliono perdere la faccia.

Altrettanto preoccupante è il fatto che incidenti di questo tipo non siano isolati. Ormai da settimane si segnalano focolai di tensione lungo i 3.440 chilometri della frontiera sino-indiana. Gli sforzi di pacificazione non hanno impedito lo spargimento di sangue.

Il contesto geopolitico impedisce una reale normalizzazione dei rapporti.

In diversi punti il confine è conteso tra Pechino e Delhi. L’India e la Cina si sono brevemente affrontate nel 1962, in una guerra (l’unica tra i due giganti asiatici) che ha favorito Pechino. Da allora la frontiera è una linea su cui i due paesi non riescono a trovare un accordo.

Ridurre le tensioni a un problema di confini sarebbe sbagliato, perché non bisogna dimenticare le difficoltà di dialogo tra queste due immense nazioni e il contesto in cui si verificano gli incidenti.

La Cina e l’India sono eredi di due antiche civiltà che per secoli hanno mantenuto intensi rapporti. D’altronde è dall’India che il buddismo arrivò in Cina quasi mille anni fa. In seguito i due paesi si sono ignorati a lungo, per poi tentare di riallacciare le relazioni su basi economiche. Ma il contesto geopolitico impedisce una reale normalizzazione.

Il degrado dei rapporti sino-statunitensi ha un effetto enorme, perché Donald Trump affianca alla sua strategia di isolamento nei confronti della Cina un corteggiamento dell’india. Il presidente degli Stati Uniti ha visitato Delhi a febbraio, poco prima dell’esplosione dell’emergenza sanitaria, coprendo di elogi il primo ministro Narendra Modi e approfittandone per firmare un importante contratto per la vendita di armi americane al governo indiano.

Di recente Trump ha proposto di invitare l’India, insieme alla Corea del Sud e all’Australia, a un vertice del G7 dal chiaro sapore di alleanza anti Pechino. Si è trattato di una palese manovra di contenimento, per usare un termine della guerra fredda tornato in voga.

La Cina si sente accerchiata dagli alleati degli Stati Uniti, che evidentemente temono un’egemonia cinese in Asia. Di conseguenza non è da escludere che gli scontri del 15 giugno siano un avvertimento lanciato da Pechino all’India. La vicenda, in quest’ottica, assume un’aria molto minacciosa.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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