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Ungheria e Turchia rompono l’unità del campo occidentale

Recep Tayyip Erdoğan e Viktor Orbán a Budapest, 7 novembre 2019. (Bernadett Szabo, Reuters/Contrasto)

Viktor Orbán e Recep Tayyip Erdoğan sono “nemici del consenso”. I due leader, infatti, portano avanti battaglie individuali che bloccano importanti decisioni: il primo ministro ungherese si oppone all’embargo petrolifero contro la Russia, una misura europea che deve essere adottata all’unanimità, mentre il presidente turco blocca il processo di adesione della Svezia e della Finlandia alla Nato.

I due paesi fanno parte di istituzioni occidentali: sono nella Nato e l’Ungheria è anche uno dei paesi dell’Unione europea. Eppure Ankara e Budapest non solo si sottraggono all’ampio consenso dei loro partner, ma conducono diplomazie che potremmo definire “transnazionali”, ovvero negoziano il proprio allineamento.

L’opposizione solitaria dei due governi ribelli toglie all’occidente l’immagine di unanimità diffusa dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Questa unità costituisce un punto di forza davanti alla Russia, che aveva previsto maggiori divisioni e reticenze nel sostegno accordato a Kiev.

Glorie passate e nuove influenze
Orbán ed Erdoğan hanno diversi punti in comune. Sono entrambi adepti di quello che viene definito “illiberalismo”, ovvero una democrazia autoritaria, e appartengono alla categoria degli “uomini forti” che è tornata ad affermarsi in tutti i continenti. Infine sono entrambi alla guida di vecchi imperi che si considerano maltrattati dalla storia e cercano di ritrovare un’influenza all’altezza della loro gloria passata.

Ognuno applica il proprio potere di danneggiare il processo che gli interessa da un punto di vista nazionale. Orbán è l’unico leader tra quelli dell’Unione ad ammettere la propria vicinanza con Putin. Nonostante abbia accettato l’imposizione delle sanzioni precedenti, ora si rifiuta di partecipare all’embargo petrolifero, anche perché lui stesso è colpito dalle sanzioni europee per la violazione dello stato di diritto.

L’allineamento non ha più senso di esistere e non è detto che sia una cattiva notizia

Erdoğan agisce su un altro piano. Prima di lasciare entrare la Svezia e la Finlandia nella Nato pretende che i due paesi rinneghino il sostegno accordato ai curdi siriani e gli consegnino una ventina di rifugiati politici curdi. Il presidente turco ha anche chiesto lo sblocco della vendita di armamenti statunitensi alla Turchia congelata dopo l’acquisto di materiale russo da parte di Ankara. Evidentemente questo comportamento non è all’altezza del contesto di guerra, ma i due leader sono consapevoli del proprio potere e vogliono monetizzarlo.

Come evitare questo genere di problemi? Esistono due scenari: il primo è l’estensione del campo delle decisioni prese a maggioranza e non più all’unanimità all’interno dell’Unione europea. Il cambiamento è in discussione e potrebbe costituire una delle riforme concretizzate dalla crisi ucraina, con l’obiettivo di accelerare il processo decisionale.

Il secondo scenario è più complesso. Nel mondo multipolare che sta emergendo, diverse potenze medie cercano di emanciparsi. È il caso della Turchia e di altri paesi del Medio Oriente. Bisogna farci l’abitudine. L’allineamento non ha più senso di esistere e non è detto che sia una cattiva notizia.

Di contro ciò che risulta problematico è il fatto che alcuni paesi facciano parte di un “club” ma non ne rispettino le regole. L’Ungheria e la Turchia, ognuna con la sua agenda, appartengono chiaramente a questa categoria. Prima o poi bisognerà chiarire la loro posizione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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