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I nostri dati online fanno gola a molti

Davanti agli uffici di Google a New York, 4 luglio 2022. (John Smith, ViewPress/Getty Images)

Tre notizie provenienti rispettivamente dalla Cina, dagli Stati Uniti e dall’Europa confermano che i nostri dati digitali personali costituiscono un tema importante del ventunesimo secolo, e che faremmo bene a preoccuparcene un po’ di più.

Partiamo dalla Cina, dove tutto è sempre più gigantesco che altrove. I dati personali di un miliardo di cinesi – identità, coordinate e fedina penale – sarebbero stati prelevati dal sito della polizia di Shanghai. Potrebbe trattarsi della più grande operazione di pirateria informatica della storia.

I dati sono in vendita, tra l’altro a un prezzo stracciato. Gli hacker, infatti, chiedono 10 bitcoin (la moneta digitale che garantisce l’anonimato), ovvero appena 200mila euro. La Cina ha imposto la censura di qualsiasi commento sulla vicenda, segno di imbarazzo e nervosismo.

Assorbiti dalle reciproche accuse di ciberspionaggio tra statunitensi e cinesi, avevamo dimenticato i cibercriminali senza frontiere. In ogni caso la guerra fredda non è mai lontana: il social network Tik Tok è stato accusato negli Stati Uniti di aver conservato i dati degli utenti americani a beneficio della casa madre cinese. La vicenda ha sollevato un polverone.

Società della sorveglianza
Sempre negli Stati Uniti, Google ha annunciato l’intenzione di eliminare qualsiasi tracciabilità delle visite delle donne alle cliniche per l’aborto. La mossa è chiaramente legata alla recente decisione della corte suprema e al bando dell’aborto in diversi stati del paese.

I più fanatici vorrebbero infatti perseguire le donne che si sottoporranno a un’interruzione di gravidanza in un altro stato. In questo caso i dati personali potrebbero essere utilizzati come prova in un tribunale.

Oggi scopriamo, o riscopriamo, fino a che punto lasciamo le nostre tracce in tutte le interazioni digitali, spesso senza saperlo. La società della sorveglianza sul modello cinese, ovvero la centralizzazione dei dati raccolti, non esiste ancora nelle società democratiche, ma gli strumenti che impediscono questa deriva sono fragili e potrebbero scomparire. La decisione di Google è dunque encomiabile, ma solleva un interrogativo a proposito di tutti i dati raccolti dal gigante americano.

Concludiamo con l’Europa e con un’altra vicenda legata alla protezione del cittadino. Il 5 luglio il parlamento europeo ha adottato il Digital services act (Dsa), in discussione da mesi. Il Dsa corrisponde a quella che potremmo definire “una visione europea” della regolamentazione delle piattaforme digitali, più severa e allineata sulle regole del mondo reale.

L’Europa vuole dare l’esempio davanti agli eccessi di quello che la ricercatrice statunitense Shoshana Zuboff ha definito “capitalismo della sorveglianza” e a quelli del tecno-totalitarismo cinese. Ma come scrive la politologa Asma Mala sul sito Le Grand Continent “l’Europa, pioniera in materia di normativa, può effettivamente ritrovare la sua leadership politica soltanto a condizione di saper applicare le sue leggi”. Evidentemente la questione riguarda i rapporti di forze con le piattaforme, in gran parte americane.

La posta in gioco è alta, anche se il cittadino digitale non sempre si sente coinvolto. Al centro di tutto ci sono né più né meno che le nostre libertà davanti a tecnologie che per loro natura sono duali, al contempo ludiche e minacciose.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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