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La condanna di Vladimir Kara-Murza e il nuovo totalitarismo russo

Vladimir Kara-Murza in tribunale a Mosca, Russia, il 10 ottobre 2022. (Natalia Kolesnikova, Afp)

Davanti ai giudici, Vladimir Kara-Murza ha paragonato il suo processo a quelli dell’epoca staliniana. Di sicuro l’oppositore sa di cosa parla: durante il regno del “piccolo padre dei popoli” due suoi bisnonni furono infatti condannati a morte, mentre suo nonno fu mandato nel gulag. Il 17 aprile Kaza-Murat è stato condannato a 25 anni di prigione per la sua opposizione alla guerra in Ucraina.

Si tratta della pena più grave inflitta a un cittadino russo dall’inizio dell’invasione. In Russia qualsiasi opposizione alla guerra è severamente punita, ma il governo ha voluto evidentemente trasformare Kaza-Murat in un esempio aumentando considerevolmente il prezzo della sua dissidenza. La giustizia, infatti, ha rincarato la dose accusandolo di “sovversione”.

Dal 24 febbraio 2022 Vladimir Putin ha trasformato l’autoritarismo del suo regime in totalitarismo. In Russia non esiste più alcuno spazio per la libertà di stampa, per il diritto a manifestare o per la giustizia indipendente. Perfino i bambini devono aderire al patriottismo guerriero, come dimostra il caso della tredicenne Maria e di suo padre: lei chiusa in un orfanotrofio a causa di un disegno pacifista, lui in carcere.

Bersaglio per il Cremlino
Kara-Murza incarna tutto ciò che Putin detesta: è stato giornalista e oppositore politico, è carismatico, parla molte lingue e trova le porte aperte a Washington. Inoltre è in possesso di un secondo passaporto, quello britannico. Insomma è un “cosmopolita”, come si diceva ai tempi di Stalin.

Kara-Murza ha solo 41 anni, ma si è già affermato come una delle personalità più vivaci della Russia postsovietica. In passato è stato vicino a Boris Nemtsov, un uomo che aveva sostenuto Putin in occasione della sua prima elezione, nel 2000, ma che successivamente si era ribellato contro il regime e nel 2015 è finito ucciso a colpi di pistola a pochi metri dal Cremlino.

Oggi, in Russia, esprimersi contro la guerra è una scelta suicida

Kara-Murza è stato vittima di due avvelenamenti, uno dei quali lo ha fatto cadere in coma. Lo stesso metodo è stato usato per cercare di eliminare Alexej Navalnyj, l’oppositore che marcisce il prigione e la cui salute preoccupa i suoi cari.

Dopo Nemtsov, Kara-Murza si è avvicinato a un’altra “bestia nera” di Putin, l’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij, che oggi vive all’estero dopo aver scontato una lunga condanna. Questo percorso rende chiaramente Kara-Murza un bersaglio per il Cremlino.

Oggi, in Russia, esprimersi contro la guerra è una scelta suicida. Per sentire voci contrarie bisogna accedere ai mezzi d’informazione indipendenti che si sono riorganizzati all’estero, come il sito Meduza, il quotidiano Novaja Gazeta del premio Nobel per la pace Dmitrj Muratov o l’emittente Dožd. Il loro messaggio, però, è poco diffuso, perché per riceverlo bisogna aggirare i blocchi imposti dalle autorità.

Questa cappa di piombo non è evidentemente un segnale di grande fiducia in Russia, soprattutto in un momento in cui vengono inasprite le leggi che riguardano la coscrizione.

Serve una personalità fuori del comune per accettare di rientrare a Mosca andando incontro a un arresto scontato, come ha fatto Navalnyj, o per denunciare la guerra da Mosca, come ha fatto Kara-Murza. Certo, non tutti hanno la forza di agire come eroi, ma Putin sa benissimo che non necessariamente chi tace sostiene la “sua” guerra.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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