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Zelenskyj critica le Nazioni Unite ma sbaglia bersaglio

Abitanti di Cherson vengono trasferiti, 8 giugno 2023. (Alina Smutko, Reuters/Contrasto)

Le catastrofi umanitarie sono spesso rivelatrici delle contraddizioni politiche. Le disastrose inondazioni causate dalla distruzione parziale della diga di Kachovka, sul Dnepr, nel sud dell’Ucraina, ne sono un esempio lampante.

Prima di tutto abbiamo il contrasto, ormai abituale, tra le dichiarazioni dei leader di Ucraina e Russia. Volodymyr Zelenskyj, come fa dall’inizio della guerra, si è recato sul posto, tra i civili colpiti dalle conseguenze delle inondazioni. Vladimir Putin, invece, è stato ripreso al Cremlino mentre parlava con il presidente turco Erdoğan e accusava l’Ucraina di essere responsabile della catastrofe. Due ambienti diversi, due stili politici opposti.

Poi sono arrivate la accuse lanciate l’8 giugno dal presidente ucraino contro le Nazioni Unite, che non hanno partecipato immediatamente ai soccorsi. È un fatto innegabile, e Zelenskyj ha puntato il dito contro una delle più grandi contraddizioni di questa guerra: l’assenza dell’Onu, fatta eccezione per due ambiti cruciali, quello del nucleare e quello del trasporto dei cereali.

L’ostacolo è politico
Ma l’attacco di Zelenskyj è anche profondamente ingiusto, perché l’Onu non è un’istituzione autonoma, bensì la somma degli stati che ne fanno parte. Quando questi paesi sono divisi, le Nazioni Unite diventano impotenti. Se l’aggressore è un membro permanente del Consiglio di sicurezza, e quindi con diritto di veto, è irrealistico pretendere che l’Onu ricopra il suo ruolo teorico.

L’8 giugno una foto ha fatto il giro del mondo: ritrae un’auto delle Nazioni Unite a Kiev, su cui la sigla UN è stata cambiata con la vernice spray in “Useless”, inutile. Gli ucraini, evidentemente, hanno deciso di denunciare questa situazione.

Gli aiuti umanitari sono diventati un tema politico

È vero che nei teatri di guerra sparsi per il mondo l’Onu invia solitamente i componenti delle sue agenzie specializzate in aiuto alla popolazione. Ma l’Ucraina è un paese dotato di infrastrutture, dipende meno da una simile assistenza e soprattutto l’ostacolo è politico, per la precisione russo.
Mosca non permette all’Onu di agire come dovrebbe. L’autorizzazione del Consiglio di sicurezza è indispensabile, ma bisognerebbe superare il veto della Russia. L’assenza delle Nazioni Unite si fa sentire anche sul versante russo del Dnepr, dove i testimoni raccontano di soccorsi estremamente lenti.

Gli aiuti umanitari sono diventati un tema politico. Gli ucraini sottolineano le richieste d’aiuto degli abitanti dei villaggi occupati dai russi, sulla riva sinistra del Dnepr, intrappolati sui tetti delle loro case allagate.

Video ucraini mostrano perfino volontari a bordo di imbarcazioni impegnate a soccorrere i civili nelle zone russe. Sono operazioni ad alto rischio, ma al contempo costituiscono un’ottima pubblicità per la causa ucraina. Il primo ministro di Kiev ha affondato il colpo chiedendo alle organizzazioni internazionali di salvare i civili nelle zone russe, perché “l’occupante li ha condannati a morte”.

Ci sono scarse possibilità che questo appello sia ascoltato. Mosca non permetterà agli aiuti umanitari dell’Onu di raggiungere la zona occupata dal suo esercito, tra le linee di difesa. Ma quanto meno l’Ucraina potrà sostenere che è la Russia a opporsi agli aiuti umanitari.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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