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La guerra in Ucraina si è globalizzata

Pretoria, 22 agosto 2023. Il presidente cinese Xi Jinping in visita agli Union buildings, sede del governo sudafricano. (Phill Magakoe, Afp)

Attenzione alle illusioni ottiche. La guerra in Ucraina si è globalizzata, eppure non è una guerra mondiale. Il suo impatto, in ogni caso, si fa sentire ovunque, e le decisioni politiche rispetto allo svolgimento del conflitto, alimentate dai dubbi e dalle spaccature ideologiche, non possono limitarsi solo al teatro europeo.

Prendiamo il vertice dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) in corso a Johannesburg. L’evento può dare l’impressione della nascita di un blocco coerente antioccidentale. La realtà, però, è più complessa.

I partecipanti trovano un terreno d’intesa in un orientamento politico comune, ma presentano contraddizioni immense. L’unica soluzione per risolverle sarebbe quella di accettare la leadership cinese, cosa che l’India, per citare solo il paese più popoloso, non è assolutamente disposta a fare. Tuttavia non possiamo ignorare il segnale politico inviato dal “club” dei paesi emergenti.

La crisi politica africana
Lo stesso rischio di imbattersi in uno specchio deformante emerge in Sahel, soprattutto dopo il colpo di stato in Niger. Sarebbe un errore non considerare ripetuti colpi di stato militari come una delle espressioni della nuova guerra fredda. Ma la presenza del gruppo Wagner e l’ombra della Russia, più che la causa del problema, sono un effetto dell’opportunità creato dall’instabilità, mentre l’origine della situazione va ricercata prima di tutto nella crisi politica africana.

Confondere la causa con le conseguenze può comportare una reazione eccessiva, come ci insegnano molti esempi storici. Resta il fatto che il continente africano, suo malgrado, subisce l’onda d’urto dell’invasione dell’Ucraina.

Gli Stati Uniti sono ossessionati dalla rivalità con la Cina, non certo dalla Russia o dal futuro dell’Europa

Infine, mentre nella zona del Pacifico le tensioni non smettono di aumentare, la guerra russa è diventata un fattore cruciale di un’equazione strategica che la precede e la oltrepassa. Gli Stati Uniti sono ossessionati dalla rivalità con la Cina, non certo dalla Russia o dal futuro dell’Europa, e sostengono con decisione l’Ucraina soltanto perché sanno benissimo che un successo di Mosca porterebbe grandi benefici a Pechino e sarebbe un incoraggiamento a incrementare l’aggressività della Cina nelle acque calde del mar Cinese meridionale o a Taiwan. Se così fosse, il fulcro del dibattito statunteste non sarebbe “chi ha perso l’Ucraina” (così come nel 1949, con la vittoria di Mao a Pechino, la domanda che circolava a Washington non era “chi ha perso la Cina”) ma “chi ha perso l’Asia, e dunque il mondo”.

Un dibattito prima di tutto politico
È in questo contesto confuso e complesso che emerge una nuova riflessione sull’aiuto militare all’Ucraina. È un dialogo a volte caricaturale, come dimostra la presa di posizione “putiniana” di Nicolas Sarkozy in Francia; ed è anche spiccatamente strategico nei dubbi espressi a Washington sulla capacità degli ucraini di cambiare il rapporto di forze sul campo dopo i risultati deludenti (è innegabile) della controffensiva estiva.

Ma questo dibattito è prima di tutto politico, perché si basa anche sull’analisi che faranno gli statunitensi dell’impatto globale del conflitto. Nel contesto altamente esplosivo della campagna elettorale degli Stati Uniti, qualsiasi passo indietro in Ucraina sarebbe interpretato come una concessione fatta alla Cina e a Xi Jinping e dunque come un fallimento di Joe Biden.

L’unica speranza di far diminuire la tensione, in questo ambiente più propizio agli ingranaggi bellici che alla distensione, nasce da un eventuale vertice tra il presidente statunitense e il numero uno cinese Xi, che i diplomatici stanno cercando di mettere in piedi per l’autunno. L’obiettivo non sarà quello di sancire la pace, né in Ucraina né tra i due paesi, ma di trovare il modo di essere in disaccordo senza rischiare di trascinare il mondo in un conflitto generalizzato. È poco, ma è già qualcosa.

La stessa prospettiva era alla base dell’ultimo incontro tra i due organizzato a Bali lo scorso autunno a margine del G20, ma il processo di distensione è rapidamente deragliato. Oggi si cerca di rilanciarlo prima che un incidente nel mar Cinese meridionale faccia precipitare la situazione, che un’incursione di troppo a Taiwan faccia scoccare la scintilla o che Vladimir Putin stravolga il mondo con i suoi continui rilanci. Gli europei restano largamente spettatori di tutto questo, perché ormai la posta in gioco sull’Ucraina è mondiale. Questa è la realtà di una fine estate al suono dei cannoni.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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