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Il silenzio imbarazzante dei governi occidentali sugli attacchi di Israele

Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, 11 febbraio 2024. (Said Khatib, Afp)

Nel linguaggio della diplomazia l’espressione “profonda inquietudine” significa due cose: chi la pronuncia è certamente “inquieto”, ma allo stesso tempo non farà niente per cambiare la situazione. Davanti al disastro umanitario di Rafah, nuovo obiettivo degli attacchi israeliani nel sud della Striscia di Gaza, le dichiarazioni di “profonda inquietudine” si moltiplicano, ma l’immobilità continua a farla da padrone.

Per i governi occidentali, alleati di Israele, questa passività diventa sempre più difficile da mantenere, considerando le immagini insostenibili che arrivano da Rafah.

Per capire la drammaticità di quello che sta succedendo basta ascoltare la testimonianza del dottor Raphaël Pitti, medico francese abituato a lavorare nelle zone di guerra e appena tornato da Rafah. Negli ultimi giorni Pitti ha descritto le condizioni di vita e soprattutto di morte nella città palestinese, la cui popolazione è quintuplicata a causa dell’arrivo dei rifugiati. Il 12 febbraio il medico ha raccontato su France Inter di aver dovuto scegliere tra i pazienti da salvare e quelli da lasciare morire nell’ospedale al collasso in cui ha lavorato.

Dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre l’esercito israeliano ha ordinato agli abitanti del nord della Striscia di Gaza di spostarsi verso sud, per poi intimare alle persone che si erano ammassate nel campo di Khan Yunis di proseguire in direzione di Rafah, alla frontiera con l’Egitto. In totale a Rafah si troverebbero circa 1,3 milioni di persone, più della metà della popolazione della Striscia.

L’annuncio di un’offensiva israeliana a Rafah ha seminato il terrore, perché a questo punto i palestinesi non hanno più nessun posto dove andare. I bombardamenti aerei nella notte tra l’11 e il 12 febbraio, destinati a coprire un’operazione speciale per la liberazione degli ostaggi, hanno già provocato decine di morti.

Gli Stati Uniti, di fatto gli unici ad avere una minima influenza sul governo israeliano, hanno messo in guardia lo stato ebraico sulla possibile tragedia a Rafah. L’11 febbraio Joe Biden ha telefonato a Benjamin Netanyahu, senza però ottenere nulla. Solo la ripresa delle discussioni al Cairo per una tregua tiene accesa una piccola speranza.

Ormai da due mesi sentiamo gli statunitensi ripetere che l’offensiva israeliana sta provocando troppe vittime civili e che c’è bisogno di un cambio di strategia. La settimana scorsa Biden ha dichiarato addirittura che Israele ha “superato i limiti”.

Allo stesso tempo, però, il 12 febbraio gli Stati Uniti hanno nuovamente escluso la possibilità di limitare la consegna di armi e munizioni a Israele, proprio mentre il capo della diplomazia europea Josep Borrell dichiarava che “bisognerebbe cominciare a pensarci”. Ma Borrell è chiaramente in anticipo rispetto alla maggioranza dei governi europei.

Questa reticenza a fare pressione su Israele è causata dagli stretti legami storici con lo stato ebraico e dalla questione degli ostaggi, che continua ad avere un peso rilevante. Il 12 febbraio la liberazione da parte dell’esercito israeliano di due ostaggi ha rafforzato la posizione di Netanyahu, deciso a continuare a usare la forza, anche estrema. L’opinione pubblica israeliana, su questo, lo sostiene.

Ma la situazione obbliga i governi occidentali ad allontanarsi da quello che chiedono le loro opinioni pubbliche. Biden se ne accorge ogni volta che appare in pubblico. Prima o poi arriva il momento in cui dichiararsi “inquieti” non basta più, e bisogna agire.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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