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Perché Pechino osserva immobile Washington

Le prove per una parata militare a Pechino, 20 agosto 2025. (Kevin Frayer, Getty Images)

La Cina osserva con attenzione questo spettacolare inizio del 2026, dall’operazione statunitense a Caracas alle rivolte in Iran, passando per le tensioni sulla Groenlandia. Con attenzione, e finora senza neanche reagire.

Eppure Pechino è direttamente coinvolta in tutti questi eventi. A Caracas un emissario cinese era stato ricevuto da Nicolás Maduro poche ore prima che il presidente venezuelano fosse catturato da un commando statunitense. Una foto mostra il funzionario sorridente mentre consegna al leader venezuelano un cavallo di porcellana, segno del prossimo anno zodiacale. Dopo il rapimento di Maduro la foto è stata cancellata dai siti ufficiali cinesi.

Il Venezuela ha un debito consistente con la Cina, che finora è stato ripagato attraverso consegne di petrolio greggio che hanno coperto circa il 5 per cento del fabbisogno cinese. Di sicuro Pechino non rivedrà mai le decine di miliardi di dollari prestati, ma a questo punto rischia di non ricevere più nemmeno il petrolio.

Per quanto riguarda l’Iran, Pechino va incontro alla tassa supplementare del 25 per cento minacciata il 13 gennaio da Trump per tutti i paesi che commerciano con Teheran. La Cina riceve più di due terzi delle esportazioni di petrolio iraniano (il 15 per cento di tutto quello che importa), mentre i prodotti cinesi invadono un mercato colpito dalle sanzioni statunitensi.

Trump ha deciso di attaccare indirettamente gli interessi cinesi, e il governo di Pechino ne è perfettamente consapevole. Riesumando la “dottrina Monroe”, che sostiene il diritto degli Stati Uniti all’egemonia sul loro emisfero, il presidente americano ha voluto contestare l’influenza cinese in America Latina. Negli ultimi due decenni la Cina è diventata il primo partner commerciale del continente, che gli Stati Uniti considerano il loro cortile di casa.

A lungo termine

Pechino incassa il colpo con un silenzio sorprendente. Se è vero che la Cina non considera questi paesi degli alleati da soccorrere in caso di attacco (non è così che ragiona il governo cinese) è innegabile che a forza di subire colpi Pechino rischia di perdere credibilità.

L’Iran è un membro permanente dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, una struttura di sicurezza che nel vertice organizzato a settembre a Tianjin, nell’est della Cina, aveva mostrato di avere grande influenza. Nonostante questo ogni volta che l’Iran subisce la pressione israeliana o statunitense, Pechino non si muove.

La Cina pensa a lungo termine e non combatte le battaglie che non è in grado di vincere. Oggi il governo cinese ritiene che il comportamento di Trump sulla scena internazionale potrà anche garantire agli Stati Uniti qualche successo immediato, ma alla fine dei conti gli farà perdere il sostegno di molti paesi. In questo senso Pechino si presenta come partner responsabile in un mondo infiammato da Washington.

In questo mondo la Cina ha varie carte da giocare. Le posizioni cinesi in America Latina, per esempio, restano solide, anche nell’Argentina di Javier Mieli, alleato di Trump. In Perù la Cina ha inaugurato nel 2024 il più grande porto commerciale del continente, mentre il Brasile vende al governo cinese tutta la soia che riesce a produrre. Gli Stati Uniti, insomma, non sono nelle condizioni di poter cacciare la Cina dal continente.

Pechino mostra inoltre una grande capacità di risposta nella sua regione, con le risposte perentorie al Giappone colpevole di aver promesso di sostenere Taiwan o con l’organizzazione, alla fine dell’anno, di una nuova manovra di accerchiamento dell’isola. Oggi la Cina appare come una vittima dell’attivismo di Trump, ma sottovalutarne le risorse nel nuovo rapporto di forze mondiale sarebbe un grave errore.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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