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Il momento della verità nei rapporti fra Trump e l’Europa

Soldati danesi a Nuuk, Groenlandia, 18 gennaio 2026. (Mads Claus Rasmussen, Ritzau Scanpix/Reuters/Contrasto)

I toni sono cambiati, diventando più duri. Una parte dell’Europa, a cominciare dalla Francia, ha finalmente deciso che è ora di parlare lo stesso linguaggio di Donald Trump, quello dei rapporti di forze. Per un anno i leader europei hanno sperimentato diverse strategie, dalle lusinghe alle concessioni, ma ormai è evidente che Trump rispetta solo chi gli tiene testa.

Possiamo davvero credere che l’Europa sarà capace di mantenere la linea dura sulla Groenlandia, di reggere il colpo a lungo termine e soprattutto di far ragionare Washington? In questo braccio di ferro tra le due sponde dell’Atlantico si gioca una parte del futuro del continente.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di usare per la prima volta lo strumento anti-coercizione europeo, concepito per difendersi dalla Cina ma potenzialmente utile anche per permettere ai 27 di resistere alle pressioni statunitensi. Ora bisognerà convincere gli altri.

Dopo l’annuncio dell’imposizione di nuovi tassi doganali statunitensi contro otto paesi è arrivata l’importante decisione dei principali gruppi del parlamento europeo di non ratificare l’accordo commerciale firmato in estate da Ursula Von der Leyen con Trump, una mossa che potrebbe accendere la miccia di una guerra commerciale transatlantica.

Alla fine della settimana scorsa è arrivata la notizia dell’invio in Groenlandia di alcuni soldati europei (tra cui quindici chasseurs alpins francesi) per preparare una serie di manovre militari. Una parte dell’opinione pubblica ha ironizzato su questa mossa simbolica, ma bisogna ammettere che ha avuto un effetto, spingendo Trump a sanzionare i paesi coinvolti.

Tuttavia il presidente americano non ha scelto l’escalation militare. Sarebbe stata facile, perché nessuno immagina che i soldati danesi o francesi possano aprire il fuoco contro una forza di invasione statunitense. Ma l’obiettivo dell’Europa non era questo, e dunque anche Trump ha scartato l’opzione della forza, facendo un passo indietro. Almeno per ora.

I dazi del 10 per cento che colpiranno tra qualche giorno i paesi che gli hanno tenuto testa sono comunque una forma di violenza. E dovrebbero aumentare fino a quando la Groenlandia non apparterrà agli Stati Uniti. La vendita forzata tra alleati è brutale come un’invasione, e altrettanto inaccettabile. Da qui le reazioni dure che sono arrivate il 18 gennaio da diverse parti dell’Europa.

Trappole da evitare

Gli europei dovranno fare attenzione a evitare due trappole. La prima è quella della divisione. Trump ha sanzionato otto paesi nel tentativo di disunire l’avversario per dominarlo. Gli otto governi in questione, di cui sei fanno parte dell’Unione europea, hanno firmato il 18 gennaio una dichiarazione che conferma il loro impegno al fianco della Danimarca. Le manifestazioni di sostegno sono arrivate in successione, dagli stati baltici all’Irlanda. Ma cosa faranno l’Italia di Giorgia Meloni o l’Ungheria di Viktor Orbán, di solito vicine a Trump?

Il secondo scoglio è rappresentato dall’esitazione di chi teme un crollo della Nato, a cominciare dai paesi del fianco orientale dell’Unione che si ritroverebbero in prima linea davanti alla Russia. Questi governi potrebbero scegliere di scendere a patti per non assumersi rischi eccessivi.

In ballo c’è la scelta dell’Europa tra il vassallaggio verso cui la spinge Trump e un’emancipazione dolorosa. Pensavamo che il momento decisivo sarebbe stato una conseguenza della guerra in Ucraina, e invece è arrivato inaspettatamente dalle distese di ghiaccio della Groenlandia, oggetto della voracità di un presidente statunitense imperialista. L’Europa non può mancare anche questo appuntamento.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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