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In che modo gli europei possono contare di più

Mario Draghi, Bruxelles, Belgio, 18 febbraio 2025 (Martin Bertrand, Hans Lucas/Afp)

Nel vocabolario politico c’è una parola che l’ascesa dei populismi in tutto il continente europeo ha trasformato in un tabù: federalismo. Questa espressione è riemersa il 2 febbraio grazie a un importante discorso pronunciato in Belgio da Mario Draghi, ex governatore della banca centrale europea e presidente del consiglio italiano.

Secondo Draghi l’Europa è una Cassandra che annuncia le catastrofi future, ma anche una profeta che offre soluzioni per evitarle. Il rapporto che Draghi aveva stilato nel 2024 aveva suscitato grande clamore, denunciando il ritardo economico e tecnologico dell’Europa, ed elencando una serie di raccomandazioni. All’epoca era stato elogiato e approvato, ma da allora sono passati due anni e meno del 10 per cento delle proposte è stato messo in pratica.

E così Draghi è tornato a intervenire sull’argomento. Il politico italiano, economista di 78 anni, non si cura delle suscettibilità europee e dichiara che in mancanza di una trasformazione andremo incontro a “un futuro in cui l’Europa rischia di essere sottomessa, divisa e deindustrializzata, tutto in una volta”. Draghi sottolinea che “un’Europa che non è in grado di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”.

Dalla confederazione alla federazione

È qui che si ripresenta il concetto di federalismo. L’Unione europea è una costruzione complessa, con alcuni aspetti federali (come la moneta o il commercio estero) e altri no (come la difesa).

A questo proposito Draghi è categorico: “Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione. Nei settori in cui l’Europa si è federata – commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto (…) In quelli in cui non lo abbiamo fatto – difesa, politica industriale, affari esteri – siamo trattati come un insieme di stati di medie dimensioni, da dividere e trattare di conseguenza”.

Secondo Draghi, gli stati dell’Unione, presi separatamente, non sono nemmeno potenze medie e non sfuggirebbero alla sottomissione nel mondo di oggi, regolato dai rapporti di forze. Pochi leader politici al potere o alla ricerca del potere difendono l’idea federale, nonostante fosse implicita nel trattato di Roma del 1957: “Per un’unione sempre più stretta tra i popoli europei”.

I partiti euroscettici, populisti o di estrema destra hanno trasformato il federalismo in un sinonimo di abbandono della sovranità a beneficio di Bruxelles, che il primo ministro ungherese non esita a paragonare alla Mosca di epoca sovietica.

Eppure il ragionamento di Draghi è impeccabile: nel mondo di Trump, Putin e Elon Musk, l’Europa ha le dimensioni necessarie per contare. Draghi si spinge oltre, sostenendo che “tra tutti coloro che ora sono intrappolati fra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno la possibilità di diventare una vera potenza”.

Ma bisogna volerlo. Non si possono rifiutare i diktat trumpiani e allo stesso tempo non dotarsi degli strumenti indispensabili per difendere i propri interessi e il proprio modello sociale. Mario Draghi mette gli europei con le spalle al muro. Ora tocca prendere una decisione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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