La riconciliazione nell’alleanza atlantica è ancora lontana
Da quando Marco Rubio ha pronunciato il suo discorso alla 62ª conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, la mattina del 14 febbraio, l’Europa si divide sull’interpretazione delle sue parole. È stato un discorso sulla riconciliazione nell’alleanza atlantica? O una versione light dell’ostilità dell’amministrazione Trump verso l’Unione europea?
Questo dibattito ha un valore essenziale per l’Europa, soprattutto alla luce delle parole pronunciate esattamente un anno fa, nello stesso contesto, dal vicepresidente statunitense J.D. Vance. All’epoca la platea era rimasta sconvolta dalla violenza delle critiche di Vance all’Europa. Il 14 febbraio, invece, il pubblico ha applaudito fragorosamente Rubio, anche se va detto che la delegazione statunitense era sovrarappresentata in sala.
La vicenda presenta diversi livelli di interpretazione. Chi si è dichiarato “sollevato” dalle parole del capo della diplomazia americana – come la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte – lo è sul serio o ha dato una risposta diplomatica per non aggravare le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico?
Di certo il discorso di Marco Rubio ha voluto assecondare gli europei, prendendo le distanze dagli insulti di Vance dell’anno scorso e dall’aggressività mostrata da Trump sulla Groenlandia a gennaio. Da qui le reazioni rassicurate (sincere o meno) di molti leader europei.
Tuttavia la tesi della riconciliazione non convince chi ha analizzato più a fondo il discorso di Rubio. Una lettura più attenta, infatti, rivela chiaramente che si è trattato di una versione edulcorata di una politica ostile non tanto al vecchio continente – “saremo sempre i figli dell’Europa”, ha dichiarato il segretario di stato statunitense – quanto al progetto europeo. Nel suo discorso, Rubio non ha mai nominato l’Unione europea, un’istituzione che Trump ha accusato a più riprese (contro ogni evidenza storica) di essere stata creata per “fregare” l’America.
Ci sono poi le parole del segretario di stato sulla “civiltà” europea da salvare. Ricordiamo bene che nel documento strategico degli Stati Uniti pubblicato a dicembre si diceva che la civiltà europea era a un passo dalla “cancellazione” e che solo i partiti “patriottici” (ovvero quelli di estrema destra) avrebbero potuto impedirla. Rubio è stato più ambiguo, ma nella sostanza ha proposto nient’altro che un “vassallaggio felice” del continente, per riprendere un’espressione usata dal presidente della repubblica italiano Sergio Mattarella.
Abbassare la guardia
Questo discorso rivela due cose. La prima è che i leader europei, a prescindere dalla loro interpretazione delle parole di Rubio, farebbero meglio a non abbassare la guardia e a portare avanti la loro politica di riduzione del rischio con gli Stati Uniti. Un’autonomia strategica europea, infatti, arriverà solo tra anni, e soprattutto senza la partecipazione di tutti i 27 stati che ne fanno parte. In questo senso è importante non creare una rottura drastica con Washington.
Il fatto che Rubio sia immediatamente partito alla volta dell’Ungheria di Viktor Orbán e della Slovacchia di Robert Fico – due leader dichiaratamente euroscettici, amici del leader russo Vladimir Putin e ostili agli aiuti all’Ucraina – dovrebbe farci riflettere.
La seconda cosa è che Rubio sta cercando di presentarsi come un politico del Partito repubblicano più responsabile di Vance (un nazionalista accanito) nella battaglia dietro le quinte per la successione a Trump fra tre anni. Anche se Rubio dovesse prevalere, l’Europa ha tutto l’interesse a ridurre al più presto possibile la sua dipendenza fatale dall’imperialismo statunitense.
(Traduzione di Andrea Sparacino)