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Le isole Chagos sono il nuovo simbolo dell’imperialismo di Trump

L’isola di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos, 2016  (Nasa/Alamy)

L’arcipelago delle Chagos è formato da 57 isole, coriandoli di impero sparsi nell’oceano indiano che di recente hanno fatto irruzione tra le ossessioni di Donald Trump, provocando tensioni inedite con un presunto alleato, il Regno Unito.

La storia delle Chagos rappresenta una pagina buia dell’epoca coloniale. In passato erano collegate all’isola di Mauritius, anche se i due territori sono lontani più di mille chilometri l’uno dall’altro. Nel 1968, in occasione dell’indipendenza di Mauritius, la potenza coloniale britannica aveva deciso di tenersi le Chagos, svuotandole della loro popolazione e allestendovi (in piena guerra fredda) una base militare strategica condivisa con gli Stati Uniti.

Questa base, situata sull’isola Diego Garcia, esiste ancora ed è dotata di un aeroporto per i bombardieri più potenti, di un porto in acque profonde e di strumenti di sorveglianza. Se davvero gli statunitensi dovessero attaccare l’Iran (secondo alcuni potrebbe succedere nelle prossime settimane o addirittura nei prossimi giorni), la base di Diego Garcia potrebbe tornare molto utile. Da questa considerazione deriva l’interesse mostrato da Trump in tempi recenti. Il primo ministro britannico Keir Starmer non ha apprezzato.

Trump si oppone con forza alla restituzione delle Chagos a Mauritius da parte di Londra, nonostante sia stata richiesta nel 2019 dalla Corte internazionale di giustizia, l’organo dell’Onu a cui si era rivolto il governo mauriziano.

Una trattativa avviata dai conservatori e conclusa dai laburisti ha prodotto la decisione di restituire le Chagos in cambio di una concessione per 99 anni, che permetterebbe a Londra e Washington di mantenere l’uso della base di Diego Garcia al modico prezzo di 115 milioni di euro all’anno.

Nel 2025 Londra aveva ottenuto l’approvazione dell’accordo da parte dell’amministrazione Trump. In quell’occasione Marco Rubio aveva parlato di “successo enorme”. Ma oggi Trump la pensa diversamente. Dall’inizio dell’anno il presidente statunitense continua a definire l’accordo “stupido”, e ora ha intimato a Starmer di fare marcia indietro.

Trump si comporta esattamente come ha fatto con la Groenlandia, ignorando il diritto internazionale e la sovranità, e affidandosi alla logica del diciannovesimo secolo: le isole Chagos e la Groenlandia sono utili per la sicurezza degli Stati Uniti? Allora bisogna prendersele.

In uno dei suoi post sui social, Trump ha addirittura detto che l’idea di restituire le isole Chagos a Mauritius in nome della decolonizzazione sarebbe influenzata dall’ideologia woke.

Poco importa se la settimana scorsa il dipartimento di stato aveva cercato di abbassare la tensione con Londra. La Casa Bianca ha dichiarato che la politica degli Stati Uniti è determinata dai tweet del presidente.

A complicare ulteriormente la questione, la settimana scorsa un commando rocambolesco formato da ex soldati ed ex abitanti delle Chagos è sbarcato illegalmente su una delle isole per manifestare la propria opposizione all’accordo con Mauritius. Il gruppo è sostenuto da Nigel Farage, leader populista britannico molto vicino a Donald Trump.

In questa vicenda ritroviamo tutti gli ingredienti del trumpismo: l’ingerenza, la mentalità coloniale, la brutalità e il disprezzo nei confronti di un alleato giudicato debole. Mentre i britannici si preparano a voltare una pagina della loro storia, le isole Chagos sono diventate il nuovo simbolo dell’appetito imperiale di Donald Trump.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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