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Il potere fragile dell’Iran

Teheran, 1 marzo 2026 (Majid Asgaripour, Wana/Reuters/Contrasto)

Per trent’anni Ali Khamenei è stato l’artefice della potenza iraniana in Medio Oriente. L’ayatollah aveva costruito una vasta rete di proxy (alleati che agivano per suo conto) creando un “asse della resistenza” armata. In una multinazionale si parlerebbe di franchising. L’alleato più potente, Hezbollah, costituiva una sorta di stato all’interno dello stato in Libano.

Khamenei aveva dotato l’Iran di una potenza militare capace di colpire il suo nemico, Israele, e nel frattempo aveva portato avanti (con alti e bassi) un programma nucleare destinato a rendere inviolabile il territorio iraniano, seguendo le orme della Corea del Nord.

Poi è arrivato il 7 ottobre 2023, con l’attacco sferrato in Israele da Hamas, un altro dei proxy di Teheran anche se non è un movimento sciita e ha avuto violenti disaccordi con l’Iran e la Siria. L’offensiva dell’organizzazione palestinese ha spazzato via le certezze di sicurezza di Israele, mettendo in moto un processo il cui epilogo, senza dubbio provvisorio, è stata la morte della guida suprema iraniana tra le macerie della sua residenza, nel primo giorno dell’operazione israelo-statunitense.

Nel corso degli ultimi due anni e mezzo l’Iran e il suo “asse della resistenza” si sono rivelati una “tigre di carta”, per riprendere un’immagine efficace che usava Mao Zedong.

L’Iran ha l’apparenza di una tigre, ma poggia su una base estremamente fragile. Quando la risposta israeliana ha assunto la forma di una guerra senza limiti né ritegno, Teheran e i suoi alleati hanno incassato sconfitte strategiche in serie.

La repubblica islamica non ha saputo resistere né a Gaza né in Libano né all’interno dei propri confini e neanche in Siria, dove altre dinamiche hanno portato al crollo di un regime alleato di Teheran.

L’Iran ha subito disfatte umilianti, dall’operazione dei cercapersone esplosivi di Hezbollah all’omicidio del capo dell’organizzazione Hassan Nasrallah (l’uomo più importante di Khamenei all’interno di uno stato confinante con Israele), fino all’assassinio dei leader di Hamas all’interno di una residenza di stato a Teheran. L’eliminazione di numerosi funzionari iraniani, compresa la guida suprema, ha dimostrato la forza dei servizi segreti israeliani in Iran.

La potenza dominanta

In due anni e mezzo, Ali Khamenei ha perso tutto quello che aveva costruito in trent’anni, anche la vita.

La sconfitta iraniana è diventata la vittoria di Israele, che è ormai una potenza dominante in Medio Oriente. Oggi nessuna forza militare sembra potersi opporre a Tel Aviv, mentre l’alleanza con Donald Trump permette al governo di Benjamin Netanyahu di avvicinarsi a un obiettivo inseguito da tempo: un cambio di regime a Teheran. La morte della guida suprema è una condizione necessaria al crollo del regime iraniano, ma non è sufficiente.

Intanto l’interrogativo che aleggia da due anni resta invariato: cosa ne farà Israele di questa supremazia? Netanyahu ha parlato di un modello “Super Sparta”, in riferimento alla città stato militarizzata dell’antica Grecia. Questa immagine di potenza fa il gioco di Israele finché dura il conflitto, ma non permette di immaginare un “dopo” in un periodo di pace. A giudicare da quello che sta succedendo ai palestinesi di Gaza e soprattutto a quelli della Cisgiordania, il futuro non promette niente di buono.

Il rischio, per Israele, è di vincere la guerra ma di perdere la pace. Ma per ora non è il momento di fare bilanci, anche perché continuano a cadere missili iraniani. La guerra non ha ancora detto l’ultima parola.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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