Trump parla senza dire niente
Donald Trump ha fatto della sua imprevedibilità un’arma. Il presidente statunitense parla tanto, più di tutti gli altri capi di stato del mondo: oltre a intervenire di continuo sul suo social media Truth, parla diverse volte al giorno con i giornalisti. È chiaro che ha il monopolio dell’attenzione.
Ma quest’arma è a doppio taglio. Parlare senza dire nulla non può essere una strategia plausibile quando sei a capo della prima potenza mondiale, soprattutto in tempo di guerra.
Il 1 aprile, quando la Casa Bianca ha annunciato che Trump avrebbe rivolto un discorso alla nazione, nessuno sapeva cosa avrebbe detto, ma la formalità dell’evento era talmente insolita che tutti si aspettavano un annuncio importante, magari addirittura la fine della guerra in Iran.
E invece, in 19 minuti, Trump si è limitato a ripetere che nelle prossime “due o tre settimane” colpirà violentemente l’Iran riportandolo “all’età della pietra”. Il prezzo del petrolio, barometro principale in questi tempi incerti, ha ripreso immediatamente a salire, ovvero l’opposto di ciò che sperava la Casa Bianca.
C’era attesa su almeno due temi: da un lato la riapertura dello stretto di Hormuz, che condiziona il ritorno alla normalità dell’economia mondiale, dall’altro la tempistica e le modalità della fine della guerra.
Per l’ennesima volta, Trump è stato vago sulla conclusione di una guerra i cui obiettivi non sono mai stati chiariti nelle decine di dichiarazioni rilasciate dopo l’inizio delle ostilità, tra l’altro cambiando di continuo. Contro ogni evidenza, il presidente statunitense ha sostenuto di nuovo che il regime iraniano è stato rovesciato. Il governo di Teheran è stato decapitato, questo è vero, ma il sistema è ancora in piedi e gli iraniani lo sanno benissimo.
Trump ha inoltre rivelato che il presidente iraniano ha chiesto un cessate il fuoco, ma Teheran ha smentito immediatamente. Tra l’altro il presidente iraniano non ha il potere di chiedere una tregua, perché in questo momento i guardiani della rivoluzione obbediscono solo a se stessi e non hanno alcun motivo di cedere. Oggi è probabile che il regime iraniano sia convinto di avere in mano l’iniziativa e che gli statunitensi stiano cercando disperatamente una via d’uscita.
Trump ha deluso tutti anche quando ha affermato, nuovamente senza prove, che lo stretto di Hormuz riaprirà “naturalmente” (parole sue) una volta conclusa la guerra. La realtà è che se la guerra dovesse finire oggi, l’Iran manterrebbe il totale controllo dello stretto, quindi saremmo in una situazione peggiore rispetto a prima del conflitto. Il nucleare, nel frattempo, è sparito dai discorsi, nonostante fosse stato citato come minaccia imminente.
Trump non riesce a nascondere la sua frustrazione nei confronti di tutto e tutti: gli alleati europei, la Nato (che minaccia di abbandonare ma su cui non ha detto nemmeno una parola nel suo discorso) un avversario più coriaceo di quanto gli avevano promesso e perfino il proprio esercito, potentissimo ma per il momento incapace di piegare un nemico che non gioca secondo le stesse regole.
In I vestiti nuovi dell’imperatore, la celebre fiaba del diciannovesimo secolo scritta da Hans Christian Andersen, soltanto un bambino osa sottolineare che “il re è nudo”. Allo stesso modo, oggi nessun componente dell’entourage presidenziale ha il coraggio di ammettere che Trump si è impantanato in un conflitto inutile. Ormai se ne sono accorti tutti, ma il presidente statunitense continua a ripetere che le cose stanno andando come previsto. Fino a quando reggerà?
(Traduzione di Andrea Sparacino)