Da decenni i trattati di geopolitica parlano dello stretto di Hormuz come di uno dei punti strategici del pianeta, dove un’interruzione del traffico marittimo potrebbe avere gravi ripercussioni in buona parte del mondo.
Un articolo del 2021 della rivista Politique étrangère evocava una dottrina illustrata nel 2006 dalla guida suprema iraniana Ali Khamenei, basata su un blocco totale dello stretto nel caso in cui l’Iran dolesse rispondere a una “aggressione” da parte degli Stati Uniti o di uno dei loro alleati. Già vent’anni fa, dunque, l’ayatollah ucciso nel primo giorno della guerra in corso prevedeva che in circostanze simili a quelle attuali “i flussi energetici provenienti dalla regione” sarebbero stati “seriamente compromessi”. Esattamente ciò che sta succedendo in questi giorni.
L’Iran non ha avuto grandi difficoltà a bloccare lo stretto da cui passa quasi un quarto del petrolio e del gas naturale liquefatto venduto al mondo. L’11 marzo gli iraniani hanno colpito tre navi cisterna, portando il totale a quattordici dall’inizio della guerra. È bastato qualche incidente episodico (oltre alla voce, non confermata, della presenza di mine in acqua) per far schizzare alle stelle i prezzi delle assicurazioni e spingere gli armatori a fermare le loro imbarcazioni. Al momento circa quattrocento navi cisterna e mercantili sono bloccate da una parte e dall’altra dello stretto, in attesa di un ripristino della sicurezza.
Ma per riuscirci servirà del tempo. Per ora passare in sicurezza è impensabile, tanto che perfino gli statunitensi, con la loro armata dislocata nella regione, hanno rispedito al mittente l’invito a scortare le imbarcazioni commerciali attraverso lo stretto.
Lo stesso approccio è stato adottato dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha annunciato un’iniziativa europea per mettere in sicurezza il canale sul modello di quanto è fatto già nel mar Rosso davanti alla minaccia degli huthi yemeniti. Ma anche in questo caso passeranno settimane.
“Le condizioni, al momento, non ci sono”, ha precisato ieri Macron, indicando che fino a quando la guerra andrà avanti non partirà alcuna iniziativa. Il timore è che una nave della marina francese o italiana sia presa di mira, trascinando l’Europa in una guerra a cui non intende minimamente partecipare.
La convinzione sempre più diffusa che la crisi durerà ancora a lungo è all’origine del ricorso alle scorte petrolifere strategiche deciso l’11 marzo dai principali paesi dell’Agenzia internazionale per l’energia. Si tratta di quantità di petrolio mai viste, l’equivalente di venti giorni di traffico nello stretto di Hormuz.
In questa vicenda l’aspetto più inaspettato è che gli Stati Uniti si siano lasciati sorprendere. Tutti gli studi su questa area del pianeta prendono in considerazione l’ipotesi di un blocco dello stretto di Hormuz, dunque era lecito aspettarsi che Washington avesse un piano per mettere in sicurezza il canale, anche considerando che una sorta di guerra delle navi cisterna è già stata combattuta negli anni ottanta nella stessa regione, ai tempi dello scontro tra Iran e Iraq.
Ma gli statunitensi, a quanto pare, hanno clamorosamente sottovalutato le capacità di attacco dei Guardiani della rivoluzione, oltre al fatto che l’Iran si prepara a questa guerra da anni. È l’ennesimo segnale di cosa intende il senatore democratico Chris Murphy quando parla di piani di guerra “incoerenti” e “incompleti”.
L’Iran spera che le ripercussioni mondiali della crisi energetica provocata dal blocco possano spingere Trump a cambiare piani per limitare i danni. Di sicuro c’è che lo stretto di Hormuz sta dimostrando di meritare ampiamente la sua reputazione esplosiva.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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