P
er un mese dieci mamme con i loro figli vivono insieme nel sud della Spagna. In una manciata di casette bianche circondate da pini, a pochi passi dal mare, condividono cucine, storie, frustrazioni, accudimento e momenti di pura gioia. Lavoro e scuola sono organizzati in modo flessibile. Io sono una di quelle donne: insieme ai miei due figli, divido una casa con un’altra donna e i suoi tre bambini piccoli.
Claudia Bellante, una giornalista italiana che vive in Andalusia, propone quest’iniziativa ogni anno. Stava lavorando a un’inchiesta sui nomadi digitali, cioè le persone che combinano il lavoro da remoto con gli spostamenti frequenti, quando ha scoperto una lacuna: esistevano esperienze di co-living per espatriati e per famiglie, ma quasi nessuno rispondeva alle esigenze di madri e bambini. Così è nato il progetto Andalucia nomad mums, una convivenza temporanea rivolta a donne con figli a Chiclana de la Frontera, nel sud della Spagna.
Nel terzo giorno di permanenza leggo ai bambini un libro ad alta voce sulla nostra terrazza. Gli avanzi della colazione e del pranzo si stanno deteriorando sotto il sole. La giornata è andata così: caldo, caos, poco aiuto. Ma sento qualcuno muoversi in cucina: Lucie, una donna che conosco appena e che vive in una delle altre case, è venuta a sparecchiare la tavola. “I miei figli sono più grandicelli”, dice. “Mi sarebbe piaciuto che qualcuno l’avesse fatto per me”.
Un lavoro ben visibile
È un gesto piccolo, ma rivoluzionario. Di solito la maternità si vive a porte chiuse. Lucie la definisce “un’esperienza incredibilmente bella ma anche incredibilmente solitaria. Non si sa bene cosa bisogna fare, tutte si chiudono e si arrangiano come possono”. Nel co-living quel lavoro diventa visibile e viene condiviso.
Kc, una donna salvadoregna-statunitense, racconta come la maternità l’ha cambiata. Alla nascita del primo figlio ha sentito un amore travolgente e l’impulso fortissimo a stare sempre insieme a lui. Ha lasciato un lavoro ben pagato come programmatrice: “È stato difficile. Ero io a mantenere la famiglia e da un giorno all’altro mi sono ritrovata in gravi ristrettezze economiche. Ho imparato a fare da sola le pastiglie di detersivo per la lavastoviglie. Facevo di tutto per risparmiare”.
Oggi, di giorno Kc è un’orgogliosa mamma a tempo pieno, che provvede all’istruzione del figlio più piccolo e rappresenta un punto fermo per i genitori e i bambini del suo quartiere; di sera fa l’estetista. “Sono cambiata moltissimo. Mi sono trasformata in una persona che aiuta sempre gli altri”.
Anche per Vikki la maternità è stata un punto di svolta. Lavorava nella finanza, facendo tanti straordinari. “Mi piace come sono ora, trovo che abbia un senso. Una volta lavoravo tantissimo, ne ero dipendente”. La nascita di suo figlio ha cambiato tutto: “Da quando c’è lui, non voglio che sia il lavoro a prendersi il meglio che ho da offrire”. Oggi Vikki è impegnata circa quindici ore alla settimana come “time hacker”, aiutando gli altri a organizzare il loro tempo in modo diverso. Ora è il lavoro ad adeguarsi ai ritmi della sua famiglia, non il contrario.
Ogni giorno nel co-living ho modo di rendermi conto di cosa intende Vikki. Al mattino lavoro in silenzio e con la massima concentrazione. Nel pomeriggio tutto rallenta: la vita con i bambini ha un ritmo rilassato. Le case e i giardini si riempiono di voci infantili e di sabbia che s’infila tra le dita dei piedi. Corro al mare con i miei figli. Ritrovo una spensieratezza che a un certo punto della mia vita avevo perso.
La scrittrice e mentore belga Karen Kelchtermans parla di “emancipazione all’ennesima potenza”. Secondo lei l’idea della donna alfa – che combina una carriera di successo con la famiglia e le ambizioni personali – è una trappola. “Come donne, siamo passate dal lottare per ‘far sentire la nostra voce nella società’ ad avere una voce mascolinizzata”, scrive nel libro Liefde in balans (Amore in equilibrio).
La vita quotidiana riduce lo spazio della femminilità – almeno, questa è la mia percezione – e privatizza la maternità. In questo co-living le cose sembrano andare diversamente: le donne possono essere semplicemente donne, e madri per i loro figli, nel modo che preferiscono.
Di sera leggo il libro Donne che corrono coi lupi (Sperling & Kupfer 2016). L’autrice Clarissa Pinkola Estés usa il lupo come metafora della natura istintiva, creativa e collaborativa delle donne. La loba appare spesso durante la gravidanza o quando si partorisce e allevano i figli: sono momenti in cui la parte selvaggia e intuitiva delle donne riconquista il suo spazio. Nel co-living riconosco quell’energia nelle altre madri e in me stessa.
“È come se qualcuno premesse il pulsante pausa”, spiega Bellante. “Per un po’ possiamo mettere da parte i ruoli che recitiamo, e che la società ci assegna. Dà un’idea di come potrebbe e, forse, dovrebbe essere la vita se fossero le donne e i bambini a dettare legge”.
Il mondo come scuola
Molte donne parlano della difficoltà di fare scelte autonome, basandosi sull’intuito. Dividere il letto con figlie e figli, per esempio: in molte parti del mondo è normale, ma in occidente è spesso considerato un’anomalia. O l’istruzione dei figli: Kc dà lezioni in casa al figlio più piccolo, perché sente che quel tipo di insegnamento è più adatto. Un’altra madre sceglie il worldschooling, una filosofia educativa in cui i viaggi e il mondo fanno le veci di un’aula scolastica.
Vikki esprime i suoi dubbi sulla scuola tradizionale: “La gente mi chiede: preferisci l’istruzione in casa? Ma sono solo degli schemi rigidi. La vera domanda è: se quegli schemi non ci fossero e tu avessi piena libertà creativa, cosa faresti? Io ascolto la mia voce interiore. Come mi sento? Come si sente mio figlio o mia figlia?”.
Ispirandosi ai lupi che vivono in branco, proteggendosi a vicenda e affidandosi all’intuito, Estés scrive che le donne ritrovano forza attraverso la comunità, la collaborazione e la riscoperta del ritmo interiore. Il “selvaggio” è una saggezza naturale che fiorisce quando le donne si sentono appoggiate, possono sorvegliare i confini e hanno la libertà di muoversi in cicli di creazione e riposo. Questa visione è vicina ad alcune correnti femministe latinoamericane che mantengono una posizione critica rispetto all’enfasi sull’individualismo di gran parte del femminismo occidentale. Il punto non è cosa può realizzare una singola donna ma cosa possono fare le donne, insieme, per la loro comunità e, più in generale, per la società.
All’ombra dei pini si sviluppa un sottile intreccio di cure. Lucie, erborista, condivide le sue conoscenze delle piante. Kc offre un massaggio ristoratore ad alcune delle presenti. Vikki condivide le sue conoscenze in strategie di marketing e scelte professionali. Ognuna, di tanto in tanto, si prende cura dei figli di un’altra, o aiuta come può. Condividiamo le sfide con cui ci scontriamo nella maternità e nelle nostre relazioni, cercando insieme delle risposte.
Non è sempre un idillio. A volte capita che i bambini facciano a botte, che i compiti domestici siano divisi in modo poco equo, che i metodi educativi si scontrino. La convivenza è anche un esercizio di gentilezza. Un gruppo di donne supporta il co-living occupandosi dell’istruzione di bambine e bambini. Questo mese seguono per cinque ore al giorno la forest school: lezioni all’aria aperta, sulla spiaggia o nella pineta, che prendono ispirazione dall’organizzazione britannica Forest school association e mettono al centro il gioco, l’esplorazione e il prendere rischi in modo responsabile. Un netto contrasto con le scuole affollate a cui sono abituati molti bambini, dove la vita all’aperto è spesso quasi inesistente.
Nel frattempo l’esperienza di coabitazione è stata imitata sulle montagne della Romania, dove sta prendendo forma un modello simile. L’organizzatrice Ioana Valea è una scienziata e imprenditrice. I suoi obiettivi principali sono offrire alle donne uno spazio dove combinare lavoro e famiglia, e fornire un’istruzione basata sul metodo Montessori. “Serve un villaggio”, dice, “però deve essere il villaggio giusto. Quando le madri ricevono supporto emotivo e strutturale, possono stare benissimo. Lo stesso vale per i figli”.
Stanno spuntando sempre più ritiri per mamme e figli: soggiorni brevi in cui le donne possono portare con sé i bambini. Jocie Cox, organizzatrice di Theta re-treats, vuole offrire un rifugio dove i più piccoli sono coccolati e stimolati, e le madri a loro agio. La maternità, secondo lei, è uno dei maggiori cambiamenti emotivi, neurologici e fisici nella vita di una donna. Devono esserci dei posti in cui le famiglie hanno l’occasione di riconoscere e integrare quella trasformazione.
Charlotte Faircloth, che insegna allo University college di Londra, inserisce questi co-living e ritiri in un contesto più ampio. Cita la sociologa Sharon Hays definendo l’intensive motherhood, la maternità intensiva, un’ideologia culturale dominante in cui ci si aspetta che le madri crescano i figli in un modo dispendioso in termini di tempo, denaro ed energie. Quelle che una volta erano pratiche di cura scontate ora sono scelte complesse. Allattamento, sonno, alimentazione, scuola: tutto è sottoposto a un giudizio morale. E la pressione pesa soprattutto sulle madri, sottolinea Faircloth.
Privilegio per poche
In questo contesto i ritiri e i co-living per madri e figli sono risposte comprensibili. “Può essere un modo per ritrovare il piacere della maternità. Sottrarla all’isolamento e vedere da vicino il modo in cui la vivono altre donne fa bene. Ed è importante per capire come possiamo fare per ricostruire un villaggio”, osserva.
Ma Faircloth è anche critica. Spesso queste esperienze sono costose (un soggiorno di meno di una settimana può costare da 1.500 a 2.500 euro o più) e fanno leva sulle insicurezze e sulle debolezze delle donne che provano a essere “buone madri”. “Così si creano due gruppi distinti: le madri che la pensano allo stesso modo e che possono permettersi la risposta giusta, e quelle che non possono. Questo meccanismo rafforza le disuguaglianze”, spiega.
La pensa così anche Lei Decappelle, ricercatore dell’università di Gand, in Belgio. Queste iniziative sono in gran parte a pagamento e per molte donne sono inaccessibili: “Le madri single, spesso le più bisognose di supporto, sono le più sacrificate”.
“I co-living e i ritiri per madri con bambini rispondono a un insieme complesso di desideri giustificati, alimentati da nuove norme sociali”, dice Decappelle. Secondo lui mostrano come oggi la cura dei bambini sia sempre più individualizzata e commercializzata. “Ci si aspetta che una madre si prenda cura dei figli in modo costante, ma allo stesso tempo che pensi anche a se stessa. La gente fa quello che può”. Perché le madri che hanno bisogno di quiete o di supporto non possono prendersi cura di sé senza i figli? “Dove sono i padri? Dov’è la comunità?”, si chiede Decappelle.
Modelli da ripensare
Ultimi giorni nel sud della Spagna: le famiglie cominciano a partire, il tempo cambia, tutti sentono che si avvicina il ritorno ai ritmi abituali. Qualcosa però è diverso da prima. Abbiamo visto cosa succede quando le donne non sono lasciate sole a risolvere ogni aspetto della cura dei figli. Quando la cura diventa una responsabilità condivisa da una piccola comunità. In Belgio la maternità è organizzata come se fosse un impegno individuale per il quale ogni donna deve trovare la sua strategia di sopravvivenza. Il co-living mostra il contrario: le madri possono rilassarsi se le strutture sociali che le circondano si muovono insieme a loro.
Un esperimento del genere resta una prerogativa di donne con un lavoro flessibile, che può essere svolto da remoto, e con sufficienti mezzi finanziari. In una società caratterizzata da settimane lavorative lunghe, da un alto costo della vita e da nuclei familiari in cui due redditi sono la norma, la cura intensiva resta un problema da risolvere individualmente. Chi guadagna poco o non può decidere autonomamente cosa fare del proprio tempo non può rallentare il ritmo. Però l’esperimento mostra cosa sarebbe possibile. A volte sono utili i gruppi di mamme che s’incontrano regolarmente dopo la nascita dei figli. In Belgio queste iniziative sono ancora marginali, ma in altri paesi sono più diffuse. In Germania, per esempio, ci sono le Mutter/Vater-Kind-kuren per genitori in difficoltà: ritiri di alcune settimane per madri o padri con figli, che offrono terapia e assistenza per prevenire l’eccessivo affaticamento, anche emotivo.
“Come possiamo alleviare la pressione?”, si chiede Faircloth. Sottolinea l’importanza di scuole per l’infanzia di alta qualità e accessibili, e la possibilità di affidare ad altri le faccende domestiche. Allo stesso tempo mette in guardia dal delegare il lavoro di cura a persone sottopagate, spesso a donne straniere.
In che misura un co-living come quello in Spagna mostra i limiti di un modello economico, in cui l’assistenza è delegata ad altri, ridotta o privatizzata? Le cure di una madre verso i propri figli restano in gran parte invisibili: non sono quasi considerate nei dati sulla produttività o sulla crescita. Forse non è la maternità a essere pesante, ma il modo in cui abbiamo organizzato gli aspetti sociali ed economici che la circondano. Bisogna ripensare cosa consideriamo progresso, anche nel campo delle cure e dell’assistenza. O almeno, rivalutare il modo in cui lo misuriamo.
Forse, in futuro, invece di aumentare la nostra indipendenza, dovremo provare a recuperare qualcosa di antico: una struttura sociale che cresce insieme alle donne e ai bambini. Un villaggio, insomma, non come ideale nostalgico, ma come comunità attiva. ◆ oa
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati