L’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran ha ovviamente anche forti ripercussioni economiche, visto che l’Iran e in generale l’intero Medio Oriente sono cruciali per le forniture energetiche dell’intero pianeta e per il commercio globale. Un’arteria fondamentale dei traffici è proprio quello stretto di Hormuz sostanzialmente bloccato dal regime di Teheran.
In questi giorni, infatti, si parla di prezzi del petrolio e del gas naturale fuori controllo (per chi vuole approfondire i temi del conflitto segnalo la newsletter Mediorientale, curata dalla mia collega Francesca Gnetti, oltre agli articoli di copertina sul numero di Internazionale in edicola). Ma c’è un’altra materia prima decisiva nella regione e per le sorti di questa guerra: l’acqua potabile.
Come scrive Javier Blas, esperto di materie prime di Bloomberg, la Cia l’ha definita “la materia prima strategica del Medio Oriente”. E se la situazione continuerà a peggiorare, aggiunge l’analista, “l’acqua potrebbe diventare un fattore geopolitico in grado di decidere lo scontro tra gli Stati Uniti e l’Iran”.
Da sempre l’intero golfo Persico è ricco di idrocarburi quanto è povero di acqua potabile. Negli anni, soprattutto grazie ai soldi incassati con il petrolio e il gas, la soluzione è stata investire nei costosi impianti di desalinizzazione: oggi la regione ne ha quasi 450. Già all’inizio degli anni ottanta i servizi segreti statunitensi scrivevano in un rapporto riservato: “I governi di alcuni paesi dell’area sanno bene che l’acqua è più importante del petrolio per il benessere nazionale”.
Oggi, a distanza di più di quarant’anni, circa cento milioni di persone dipendono da queste infrastrutture strategiche in Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman. Tutti paesi che in vari modi sono stati attaccati dall’Iran come risposta asimmetrica all’azione di Washington e Tel Aviv. Il Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, dipendono completamente dagli impianti di desalinizzazione, usati soprattutto per alimentare grandi città come Dubai. Il 90 per cento dell’acqua potabile che arriva nella capitale saudita Riyadh è legato all’impianto di Jubail, una località sulla costa del golfo Persico.
L’eventuale attacco agli impianti di desanilizzazione è considerato ancora un’ipotesi estrema. Ma nel conflitto in corso e in quelli recenti, come la guerra in Ucraina, molte azioni un tempo ritenute veri e propri tabù sono ormai all’ordine del giorno. In ogni caso, l’acqua è un problema vitale anche per l’Iran, sottolinea il Guardian.
Da almeno sei anni il paese mediorientale è alle prese con una grave siccità che mette a rischio periodicamente il funzionamento del sistema idrico. Nella capitale Teheran, una metropoli con dieci milioni di abitanti, il rallentamento del flusso di acqua nelle ore serali e notturne è ormai la norma. E proprio l’acqua, sottolinea il quotidiano britannico, è stato uno dei temi alla base delle proteste popolari che hanno provocato la brutale repressione dei mesi scorsi. In quei giorni uno degli slogan era: “Acqua, elettricità, vita. Il nostro diritto essenziale”. Secondo gli esperti, a novembre le cinque principali dighe che forniscono l’acqua a Teheran erano piene solo all’11 per cento.
Alle origini dei problemi idrici c’è la crisi climatica: la riduzione delle precipitazioni ha ridotto il livello dei fiumi e dei laghi che alimentano le dighe. Ma dietro, spiega il Guardian, ci sono anche anni di mal governo e corruzione, prima del regime dello scià e poi di quello degli ayatollah. Per almeno tremila anni l’Iran si è avvalso dei qanat, sistemi idraulici sotterranei che usano tunnel per trasportare l’acqua dalle falde acquifere pedemontane alle zone aride.
Dagli anni sessanta in poi il paese ha invece puntato sulle dighe, che spesso sono state costruite su bacini d’acqua troppo piccoli per sostenerle. Dopo la rivoluzione del 1979, inoltre, si sono diffuse le pompe per l’estrazione dell’acqua destinata all’uso domestico. In tutto l’Iran ne sono state installate più di un milione – il 90 per cento nel settore agricolo – contribuendo a prosciugare le falde sotterranee e a mandare in rovina l’antico sistema dei qanat.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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