A metà gennaio l’intervento militare statunitense in Iran sembrava imminente. “Gli aiuti stanno arrivando”, aveva dichiarato il presidente statunitense Donald Trump rivolgendosi ai manifestanti che stavano protestando contro il regime di Teheran. Ma Trump non ha mai spiegato di che aiuti si trattasse: scopritelo voi, aveva detto ai giornalisti, aggiungendo che l’operazione militare era una delle opzioni sul tavolo. Una risposta alla Trump.
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Anche nelle settimane successive ha continuato sulla stessa linea, con continue svolte, inversioni di rotta e dichiarazioni fuorvianti. Invece dei soldati, Trump ha mandato Jared Kushner e Steve Witkoff, i suoi principali negoziatori, a condurre i colloqui con l’Iran. Ma intanto ordinava il dispiegamento di un’enorme forza militare nella regione. Se un momento esaltava la diplomazia, facendo sperare in un accordo, poco dopo esprimeva la sua frustrazione per come gli iraniani stavano conducendo le trattative, facendo sembrare inevitabile un attacco. A quanto pare, il presidente ha cambiato idea più volte all’ultimo minuto. Ma perché alla fine si è deciso a scatenare una guerra, il 28 febbraio? Che ruolo hanno avuto in questa scelta gli alleati di Washington? E i servizi segreti? Proviamo a ricostruire gli eventi.
Da settimane due leader mediorientali, entrambi alleati degli Stati Uniti ma molto diversi tra loro, cercavano di spingere la Casa Bianca a sferrare un attacco decisivo contro il regime iraniano: da una parte il premier israeliano Benjamin Netanyahu, dall’altra il principe saudita Mohammed bin Salman. Tutti e due considerano l’Iran un acerrimo nemico.
A quanto pare le basi per l’operazione statunitense, chiamata Furia epica, erano state già messe nel dicembre 2025, quando Netanyahu era andato per l’ennesima volta negli Stati Uniti per incontrare Trump nel suo club privato di Mar-a-Lago, in Florida.
Il premier israeliano voleva soprattutto convincerlo a dare un seguito agli attacchi contro Teheran lanciati nella cosiddetta guerra dei dodici giorni del giugno 2025. Una seconda ondata di bombardamenti secondo il sito Axios, spesso ben informato sulle intenzioni di Trump, sarebbe stata lanciata a maggio 2026.
Trump avrebbe cominciato a pianificare l’attacco con Israele a gennaio, mentre in Iran crescevano le proteste contro il regime, che ha risposto con una violenta repressione. Prima Netanyahu ha inviato a Washington il capo del Mossad (l’agenzia per la sicurezza esterna), il capo dei servizi segreti militari e il capo di stato maggiore delle forze armate; poi, a fine gennaio, il capo del comando unificato delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom), che opera nella regione per il Pentagono, è andato in Israele per degli incontri.
A febbraio Arabia Saudita e Israele hanno intensificato le pressioni su Washington. Sempre per Axios, durante una riunione organizzata frettolosamente a metà mese, Netanyahu ha parlato con Trump di eventuali linee rosse e di un possibile attacco militare congiunto in caso di fallimento dei negoziati.
Pubblicamente il principe saudita ha sostenuto fino all’ultimo una soluzione diplomatica, ma secondo il Washington Post e il New York Times a febbraio avrebbe chiamato più volte il presidente statunitense per avvertirlo che l’Iran sarebbe diventato più forte e pericoloso se non fosse stato colpito immediatamente.
Nell’estate 2025, subito dopo che Trump aveva bombardato dei siti nucleari iraniani, Mitch McConnell, senatore del Partito repubblicano, dichiarava: “Aver colto questa opportunità favorevole non è un’escalation verso la guerra, ma una risposta ponderata ai guerrafondai di Teheran”.
Con la guerra dei dodici giorni, se non da prima, a Washington si è diffusa la convinzione che l’Iran fosse in una posizione di debolezza, perché negli ultimi anni i suoi alleati – le milizie huthi nello Yemen, il gruppo Hezbollah in Libano e i miliziani di Hamas nella Striscia di Gaza – erano stati duramente colpiti e il collegamento via terra attraverso la Siria era stato distrutto. La guerra di giugno mostrava la fragilità del regime anche sul fronte militare. E dal punto di vista statunitense c’erano le condizioni sia per trovare un accordo sia per un attacco su larga scala.
Il 27 febbraio Badr al Busaidi, ministro degli esteri dell’Oman, è corso a Washington per convincere Trump a non attaccare. Mediatore nei colloqui di Ginevra, il sultanato omanita aveva parlato di una “svolta mai vista” nelle trattative, con le autorità di Teheran disponibili a rinunciare per sempre al materiale nucleare necessario a costruire armi atomiche”.
Come passare alla storia
Kushner e Witkoff avevano impressioni diverse. Secondo varie fonti, erano convinti che gli iraniani non fossero disposti a fare concessioni sui punti più importanti. O, peggio ancora, stessero solo cercando di prendere tempo, come se il regime non desse peso alle minacce statunitensi e sopravvalutasse il proprio potere negoziale. Probabilmente non è stato l’unico errore di valutazione. Il 28 febbraio, nonostante i venti di guerra, la guida suprema Ali Khamenei e altre figure di spicco della classe dirigente iraniana si erano ritrovate in un complesso a Teheran.
Secondo il New York Times e la Cnn, nell’ultimo periodo i servizi segreti israeliani e statunitensi avevano seguito da vicino gli spostamenti Khamenei per scoprire dove viveva, come si comportava e quali canali usava per comunicare. Il regime o non ha pensato di dover proteggere meglio il leader o, più semplicemente, non è stato in grado di farlo.
Nei mesi dopo la guerra dei dodici giorni i servizi israeliani e statunitensi sono riusciti a ottenere ancora più informazioni sull’Iran. E a un certo punto di fine febbraio hanno saputo che con molta probabilità ci sarebbe stato un incontro tra i vertici a Teheran il 28. Di fronte all’opportunità di colpire Khamenei, Washington e Tel Aviv hanno cambiato i loro piani, decidendo di attaccare in pieno giorno e non, come previsto, nel cuore della notte.
Trump ha seguito questa strada anche se i suoi servizi segreti avevano concluso che l’Iran non avrebbe potuto minacciare direttamente gli Stati Uniti per almeno dieci anni. Chi lo contesta crede che stia cercando di spostare l’attenzione dai problemi sul fronte interno. Trump infatti sta perdendo consensi e la corte suprema ha da poco bocciato i suoi dazi doganali. E alle elezioni di metà mandato di novembre il Partito repubblicano rischia di perdere la maggioranza alla camera dei rappresentanti.
Forse Trump sta anche pensando alla sua eredità politica: “Per anni avete chiesto aiuto agli Stati Uniti senza mai riceverlo”, ha detto nel video pubblicato dopo l’attacco e rivolto al popolo iraniano. “Nessuno è stato disposto a fare quello che io faccio oggi. Adesso avete un presidente che vi da quello che volete”. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati