L’altra sera mia figlia di sei anni si è catapultata fuori dal letto a metà frase, agitando le braccia come un mulino. “Così? È così che faceva?”. Stava interpretando la danza esultante di nonno Joe dopo che Charlie ha trovato il biglietto d’oro della Fabbrica di cioccolato. Un attimo prima eravamo in pigiama, immerse nel libro. Ora eravamo metà nel mondo di Roald Dahl e metà nel nostro, recitando la storia a tutto volume.

Ecco cosa succede quando leggo ai miei figli. Non riescono a star fermi. Devono diventare i personaggi. Il nostro momento della buonanotte è un incrocio tra una prova generale e una sommossa.

Se vi dicessi che ho sviluppato una dipendenza dalla lettura ad alta voce ai miei figli, vi verrebbe giustamente il voltastomaco. Pietà, non un altro sermone sulla genitorialità. Ma questa non è una predica, né una difesa degli effetti – positivi e quantificabili – che la lettura ha sui bambini. Non ne so molto e, a essere sincera, non m’interessa.

Dico sul serio: la mia è una dipendenza. Ci sono mamme che afferrano un bicchiere di vino, io afferro un libro. E il senso del dovere non c’entra nulla. C’entra prima di tutto la voglia di sfuggire agli orrori di quello strazio quotidiano che chiamiamo essere genitori: la stanchezza, la noia, la sottile disperazione. E c’entra anche una gioia radicale e trasformatrice. Leggere è bellissimo, ma leggere ai miei figli è un’esperienza salvifica e inebriante.

Perché? La filosofa che è in me non può fare a meno di provare a sfornare una teoria. Chiamiamola trascendenza attraverso l’empatia o, se preferite, coscienza condivisa. La coscienza normale è solitaria: nessun altro può pensare i vostri pensieri o vivere il vostro destino.

Parte del brivido che proviamo entrando in una storia insieme a chi ci ascolta nasce dall’improvvisa immersione – simultanea, intensa, naturale – in una coscienza, quella del personaggio. I suoi pensieri e le sue emozioni diventano i nostri. Il suo viaggio, il nostro. Il lato solitario della coscienza svanisce mentre veniamo risucchiati tutti insieme in un altro sé, entrando in una sorta di trance collettiva. Da tanti, diventiamo uno.

Per i miei figli quest’unità non è astratta, è viscerale. La sentono nei loro corpi. Non riescono a stare fermi. Saltano su per provare i gesti, le voci, i movimenti. È l’empatia che diventa fisica: una spinta irrefrenabile a entrare nella pelle dell’altro. “Aspetta, aspetta, aspetta!”, strilla mia figlia, pronta a spiccare il volo dal letto come Peter Pan. I fratelli più grandi, che sono passati a Harry Potter, s’impegnano al massimo per fare spallucce, aggrottare le sopracciglia e alzare gli occhi al cielo come Harry, Hermione e Ron.

Di solito la coscienza è frammentata. Saettiamo da un pensiero all’altro, da un’emozione alla seguente. La coscienza di un personaggio, invece, ha una forma, un’unità, una coerenza che di rado raggiungiamo nel corso della nostra vita. Il punto non è solo che ci ritroviamo tutti miracolosamente raccolti insieme dentro un personaggio. È l’esperienza del personaggio in sé a essere unificante, facendo impallidire la coscienza ordinaria.

Non stupisce, quindi, che smettere sia così difficile. “Ancora una pagina!”, “ancora una riga!”. Il momento di spegnere la luce scivola sempre più in là. A volte i bambini preferiscono non cominciare perché sanno che, una volta dentro la storia, uscirne farà male. È una dipendenza più acuta di quella per gli schermi.

Anche il fatto che mi piace recitare aiuta: le voci, le pause cariche di significato, gli “a parte” sussurrati. A volte alla fine i miei figli applaudono. È bello, ma io sono solo un tramite. Quello che conta è dove siamo stati: dentro un altro mondo, dove i limiti delle nostre vite si dissolvono e quelli del possibile si estendono. Un luogo dove i nostri sé si allargano, dove i compiti e i piatti sporchi scompaiono. Un presente sospeso, espanso.

Eppure in tutto questo c’è qualcosa di antico. Per gran parte della storia dell’umanità – prima dell’alfabetizzazione di massa – un racconto era qualcosa che si ascoltava insieme intorno a un fuoco, in compagnia di un cantastorie. Ci s’immergeva insieme in questo stato sospeso attraverso la musica della lingua, del ritmo, del suono. Leggere ad alta voce permette di ridare vita a quell’esperienza.

E poi ci sono le lacrime. Non le loro, le mie. Aristotele avrebbe parlato di catarsi. Secondo lui, scaricare emozioni forti a teatro – un ambiente strutturato e a basso rischio – era un’esperienza terapeutica per il pubblico. Allo stesso modo provare emozioni intense insieme ai miei figli, lontano dalla costante minaccia del conflitto interpersonale, rafforza il legame tra noi e ha una funzione riparatrice e regolatrice. Come genitore, spesso mi reprimo. Come cantastorie, posso lasciar uscire le emozioni, certa che la storia manterrà la pace tra noi. E così mi ritrovo spesso a singhiozzare leggendo le ultime pagine, di gioia e di sollievo. Non riesco a trattenermi e, grazie all’universo parallelo offerto dal libro, non devo farlo.

Potremmo dire che calarsi con l’immaginazione nella pelle altrui è un esercizio di moralità, di civiltà in miniatura, ma preferisco tenere l’argomento per un altro articolo.

Per lavoro passo il tempo a occuparmi di democrazia in crisi, collasso climatico e catastrofi varie. Per questo la gioia di leggere ad alta voce è per me una necessità più che un lusso. Non è solo fonte di magia pura: costa pure meno del vino. ◆ fs

Sasha Mudd è una scrittrice e giornalista. Insegna filosofia alla Pontificia universidad católica di Santiago, in Cile, e all’università di Southampton, nel Regno Unito. Questo articolo è uscito sul mensile britannico Prospect con il titolo “Reading aloud isn’t just for children”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati