×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Perché tutti guardano con attenzione alle elezioni ungheresi

Un comizio di Viktor Orbán a Pécel, Ungheria, 28 marzo 2026 (Balint Szentgallay, NurPhoto/Getty Images)

Il 12 aprile gli elettori ungheresi saranno chiamati alle urne per elezioni legislative che sono diventate un evento politico dal peso internazionale, al punto che il vicepresidente statunitense JD Vance ha deciso di abbandonare il suo paese in piena guerra in Iran per lanciarsi nell’arena elettorale ungherese.

La posta in gioco è semplice: bisogna salvare il soldato Orbán, primo ministro ungherese dal 2010, minacciato nei sondaggi dal rivale Péter Magyar. Il problema è che Viktor Orbán non è solo il capo del governo di un piccolo paese di dieci milioni di abitanti nel centro dell’Europa, ma soprattutto l’incarnazione del progetto di conquista dell’Unione europea da parte delle cosiddette forze patriottiche, un eufemismo per indicare l’estrema destra.

In questo senso le elezioni ungheresi vanno ben oltre le frontiere dell’Europa. Orbán può contare sul sostegno di Mosca e Washington nel suo tentativo di evitare una sconfitta le cui conseguenze sarebbero considerevoli. Fino a poco più di un anno fa questa santa alleanza sarebbe sembrata anacronistica, ma nel contesto del riallineamento dei pianeti politici e geopolitici in corso non sorprende nessuno.

Il 7 aprile Vance incontrerà Orbán e soprattutto prenderà la parola in pubblico per manifestare il suo appoggio al partito del primo ministro, Fidesz. Questa ingerenza palese non è una sorpresa. Vance, infatti, aveva messo in chiaro la sua posizione già un anno fa in occasione della conferenza di Monaco, poco dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa bianca.

In quell’occasione il vicepresidente statunitense aveva accusato gli europei di aver venduto l’anima su immigrazione e politiche progressiste, e per influire sull’esito delle elezioni tedesche si era rifiutato d’incontrare il cancelliere uscente Olaf Scholz, preferendogli la leader del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd), Alice Weidel.

A dicembre un documento ufficiale dell’amministrazione Trump aveva seguito la stessa linea, affermando che l’ascesa delle cosiddette forze patriottiche costituiva l’unica speranza per l’Europa.

Vance arriva in Ungheria in un momento cruciale per la campagna elettorale. La Serbia ha annunciato la scoperta di esplosivi in un gasdotto che collega il suo territorio all’Ungheria, e Budapest ha accusato immediatamente l’Ucraina, seppur in modo indiretto. Il capo dei servizi di sicurezza serbi ha preso le distanze da questa insinuazione, mentre l’opposizione ungherese parla di false flag, espressione che indica un’operazione organizzata per influenzare gli elettori. In questo contesto, la presenza del vicepresidente statunitense non fa che incrementare la tensione.

A questo punto emerge una domanda: il sostegno dell’amministrazione statunitense è ancora una risorsa utile, considerando l’impopolarità della guerra in Iran e di Trump nell’opinione pubblica europea? Orbán tenta il tutto per tutto andando a cercare il gas a buon mercato in Russia e la benedizione di JD Vance.

Questa manovra servirà da test per le altre formazioni di estrema destra in Europa. Davvero Marine Le Pen, in visita a Budapest la settimana scorsa per sostenere Orbán, vuole legarsi a doppio filo a Trump e al suo entourage? Perfino Giorgia Meloni, in Italia, ha preso le distanze dalla guerra in Iran, mentre in Germania l’Afd ha chiesto ai suoi quadri di ridurre i contatti con gli esponenti del movimento Make America great again (Maga). Per tutti questi motivi le elezioni del 12 aprile avranno un’importanza cruciale.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

pubblicità