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Le incognite sul cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran

Beirut, Libano, 8 aprile 2026 (Reuters/Contrasto)

Nell’accordo per il cessate il fuoco annunciato da Stati Uniti e Iran il 7 aprile ci sono talmente tante incognite (se non addirittura misteri) che l’unica ragione che possa giustificarlo è la volontà di Donald Trump di sganciarsi a tutti i costi dalla trappola di questa guerra.

Il primo ostacolo è arrivato subito. Quando il primo ministro pachistano, mediatore nella trattativa, ha detto che il cessate il fuoco sarebbe stato valido per entrambi i teatri di guerra, l’Iran e il Libano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha smentito immediatamente la notizia, dichiarando che in Libano non ci sarebbe stata alcuna interruzione dei combattimenti.

Per dimostrarlo, l’8 aprile Israele ha effettuato i bombardamenti più massicci dall’inizio del conflitto, uccidendo decine di persone, secondo le autorità libanesi. L’Iran ha minacciato di rompere le tregua se il cessate il fuoco non viene esteso al Libano.

La trattativa tra Washington e Teheran dovrebbe cominciare il 9 aprile a Islamabad, ma la lettura del piano in dieci punti presentato dall’Iran, definito da Trump una base valida per il negoziato, lascia perplessi.

I dieci punti, di cui circolano diverse versioni, costituiscono infatti una lista di richieste massimaliste da parte del regime, che garantirebbe a Teheran una posizione più favorevole rispetto a prima dello scoppio della guerra, ovvero l’esatto opposto di ciò che voleva Washington. Tra le richieste dell’Iran c’è quella di un risarcimento per i danni provocati dalla guerra, oltre alla cancellazione delle sanzioni e a un ruolo di supervisione nello stretto di Hormuz.

L’8 aprile Trump ha complicato la situazione dichiarando che gli Stati Uniti potrebbero collaborare con l’Iran alla gestione dello stretto, ma Teheran oggi monetizza il passaggio in criptovalute o in yuan, la moneta cinese.

Un altro colpo di scena è arrivato dal post su Truth con cui Trump ha annunciato che Stati Uniti e Iran potrebbero lavorare insieme per recuperare i 430 chili di uranio arricchito stoccato nel sito di Isfahan. Ma in realtà oggi appare molto difficile che l’Iran accetti la presenza di statunitensi sul suo territorio, tanto più che le riserve d’uranio non figurano tra i dieci punti della proposta iraniana.

Siamo ancora molto lontani da un accordo, com’è naturale che sia dopo una guerra di simile intensità. In questo momento le basi del dialogo sembrano precarie e rivelano l’assenza di qualsiasi strategia da parte degli statunitensi, un aspetto che è risultato chiaro fin dall’inizio del conflitto.

Per verificarlo basta leggere il resoconto dettagliato e surreale della decisione dell’amministrazione statunitense di entrare in guerra pubblicato dal New York Times. L’11 febbraio Benjamin Netanyahu è atterrato negli Stati Uniti per presentare alla Casa Bianca un piano in quattro fasi, nel segreto più totale. Due punti riguardavano una possibile rivolta popolare e la caduta del regime, ma secondo l’inchiesta il segretario di stato Marco Rubio li avrebbe definiti come “bullshit”, stupidaggini. Eppure, alla fine, Trump è stato trascinato in questa guerra.

L’unico a essersi opposto con convinzione è stato il vicepresidente JD Vance, la cui posizione è da sempre più isolazionista. Ora sarà proprio Vance a dover negoziare con gli iraniani, un aspetto che la dice lunga sulle dinamiche della politica interna statunitense. Gli iraniani lo sanno bene e ne approfitteranno quando incontreranno un avversario che non vuole più proseguire la guerra. La verità è che oggi il conflitto, per il modo in cui si avvia verso la fine o cerca di riuscirci, appare ancora più insensato che mai.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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