Sull’Iran e sul Libano non ci sono vere trattative
L’11 aprile a Islamabad, il 14 aprile a Washington: in questi giorni la diplomazia cerca faticosamente di trovare il suo posto nel frastuono della guerra in Medio Oriente.
Quello che è successo in Pakistan tra statunitensi e iraniani e che rischia di ripetersi a Washington tra gli ambasciatori di Israele e Libano non è che l’abbozzo di una trattativa. Non si è ancora cominciato a fare sul serio.
Certo, sono stati incontri piuttosto insoliti. Tra statunitensi e iraniani si tratta del colloquio di più alto livello dalla nascita della Repubblica islamica, nel 1979. E anche per israeliani e libanesi bisogna risalire indietro nel tempo: tra i due paesi vicini, che non hanno relazioni diplomatiche, le guerre e le occupazioni sono state più numerose dei negoziati.
Ma non basta incontrarsi per cominciare una trattativa, bisogna farlo in un momento adatto del conflitto. Chiaramente non è andata così, in nessuno dei due casi, e questo rende il periodo attuale pericoloso.
Armi e inganni
Da una parte e dall’altra c’è ancora l’illusione di poter ottenere di più con le armi e gli inganni che con la diplomazia. A Islamabad, dopo ventun ore di discussioni e prima di prendere l’aereo per Washington, il vicepresidente statunitense JD Vance ha dichiarato che gli iraniani “non hanno accettato le nostre condizioni”.
Questa frase la dice lunga: chiedere alla controparte di accettare una lista di condizioni non è una negoziazione, è una richiesta di resa. Trump continua a ripetere che l’Iran sia allo stremo e non veda l’ora di arrendersi, e non capisce che i Guardiani della rivoluzione vedono le cose in modo diverso. Per loro essere sopravvissuti a venticinquemila bombardamenti statunitensi e israeliani costituisce una vittoria, e a Teheran non c’è affatto aria di capitolazione.
I sopravvissuti del regime pensano di avere in mano una carta vincente con il blocco dello stretto di Hormuz, che secondo loro costringerà il presidente degli Stati Uniti a cedere per primo a causa della pressione dei mercati e dell’opinione pubblica.
Fino a quando ognuno si farà delle illusioni sull’altro la trattativa non sarà matura, anche se dopo la battuta d’arresto di Islamabad sembra siano in corso discussioni parallele. Intanto tutto si decide nello stretto di Hormuz.
Anche il negoziato sul Libano si basa sull’inganno: Israele ha accettato di incontrare il governo libanese solo per contestare la richiesta di un cessate il fuoco nella guerra con Hezbollah. Il giorno del cessate il fuoco in Iran, lo scorso 8 aprile, è stato anche quello con il maggior numero di vittime in Libano: trecentocinquanta.
Gli israeliani non rinunceranno a un’occasione storica per distruggere il movimento sciita e creare una zona di sicurezza nel sud del paese vicino. Anche il governo libanese vorrebbe disarmare e neutralizzare Hezbollah, ma tutti (compreso Israele) sanno che non ne ha né i mezzi né la voglia di rischiare una guerra civile. I libanesi si presentano a Washington in posizione di debolezza, ma non hanno altra scelta.
Il semplice fatto di incontrare gli israeliani varrà al governo libanese l’accusa di “tradimento”, in un paese spaccato che rivive le fratture di cinquant’anni fa. Per questo non bisogna aspettarsi molto dalla trattativa del 14 aprile. Non è ancora il momento della diplomazia, ma alla fine arriverà, perché i successi militari non significano necessariamente la fine delle guerre.
(Traduzione di Andrea Sparacino)