×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Minerali sporchi per tecnologie pulite

Alla fine di un turno di lavoro in una miniera artigianale di litio a Geed-Deeble, Somaliland, 16 febbraio 2026 (Tony Karumba, Afp)

È uno dei paradossi più sconvolgenti della nostra epoca: per garantire la transizione verso le cosiddette tecnologie “pulite” servono minerali che aggravano i problemi ecologici e sociali del nostro pianeta. Queste tecnologie, infatti, si basano su quella che l’autore di un libro recente chiama “la catena di approvvigionamento più sporca al mondo”.

Un rapporto pubblicato il 29 aprile dall’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la sanità dell’università delle Nazioni Unite descrive nel dettaglio l’impatto negativo dell’estrazione di minerali come il litio, il cobalto o la grafite, indispensabili per produrre le batterie delle auto elettriche, i semiconduttori contenuti nei nostri dispositivi digitali e i pannelli solari. Il problema non nasce tanto dall’estrazione in sé, ma dalle condizioni in cui avviene, soprattutto nei paesi del sud del mondo.

Lo studio rivela una lunga serie di problemi legati all’approvvigionamento idrico, alla salute delle comunità coinvolte e all’inquinamento dei terreni agricoli nelle regioni minerarie.

Milioni di persone che lavorano nell’estrazione o vivono in prossimità delle miniere ne subiscono le conseguenze. Parliamo di uomini, donne e bambini che non beneficiano minimamente degli effetti positivi della transizione verso le tecnologie pulite e che al contrario sono sacrificati a vantaggio di altri.

Ingiustizia invisibile

La questione dell’acqua è cruciale. Secondo il rapporto, nel 2024 sono stati usati 465 miliardi di litri d’acqua per estrarre 240mila tonnellate di litio in tutto il mondo. Le regioni più coinvolte, in Africa e America Latina, soffrono per la carenza d’acqua, l’inquinamento dei fiumi e la cattiva ripartizione delle risorse. È il caso, per esempio, della Bolivia e del Cile, due paesi del “triangolo del litio” in cui intere comunità subiscono gli effetti dell’inaridimento del suolo mentre due terzi dell’acqua disponibile sono usati dall’industria mineraria.

L’aspetto più inquietante è che secondo gli ultimi studi la domanda di litio si moltiplicherà per nove nei prossimi anni, soprattutto a causa dello sviluppo dei veicoli elettrici.

Gli autori del rapporto chiedono regole internazionali vincolanti per proteggere le comunità penalizzate dall’estrazione mineraria.

Tuttavia l’esempio della zona orientale della Repubblica Democratica del Congo, sede di un’intensa attività estrattiva del cobalto, dimostra che esistono aree senza legge dove al fianco delle miniere delle multinazionali occidentali o cinesi ce ne sono altre in cui c’è uno sfruttamento selvaggio, con decine di migliaia di minatori (tra cui molti bambini) che lavorano in condizioni indegne.

Il cobalto estratto in queste miniere clandestine raggiunge anche la Cina, dove viene raffinato prima di finire nelle batterie dei veicoli elettrici che ci fanno credere alla promessa di un mondo migliore.

Secondo Nicolas Niarchos, autore di un libro recente sull’argomento pubblicato a Londra e intitolato The elements of power (William Collins 2026), “abbiamo ormai accettato come inevitabili – esplicitamente o implicitamente – alcune conseguenze malsane della rivoluzione energetica, a cominciare dal rischio di violazioni dei diritti umani e sfruttamento del lavoro, senza pensare troppo a come contrastarle”.

Di tutte le ingiustizie del mondo, questa è forse la più invisibile, e invece dovrebbe scuotere la nostra indifferenza.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

pubblicità