La Francia prova a stabilire nuove relazioni in Africa
La scelta del luogo è la prima cosa che salta all’occhio. Nairobi, capitale dell’anglofono Kenya, sarà la sede di un vertice franco-africano che si svolgerà a partire dall’11 maggio, con un titolo in inglese: “Africa forward”. Per rilanciare la sua politica africana a un anno dalla fine del suo mandato, il presidente francese Emmanuel Macron ha dunque voluto uscire da quello che un tempo veniva chiamato pré carré, il terreno di casa, cioè le ex colonie francesi. La decisione, evidentemente, è molto simbolica. Oggi la Francia ha un margine di manovra maggiore nei paesi che non hanno un passato coloniale francese. Con i francofoni, invece, le cose sono molto più complicate.
L’atto fondativo in Africa della presidenza di Macron è il discorso pronunciato a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, nel novembre 2017, davanti a un anfiteatro di studenti. All’epoca il giovane presidente francese aveva sottolineato che anche lui, come quel giovane pubblico, non aveva vissuto la colonizzazione, e aveva proposto di guardare avanti. Ma le cose non sono così semplici.
In seguito Macron ha dovuto dedicare una grande quantità di energie a una diplomazia della memoria che in alcuni casi è stata efficace, come in Ruanda e Camerun, dove due commissioni storiche hanno permesso di superare ostacoli legati al passato. In generale, però, la Francia non poteva e non può esimersi da un confronto con una storia ancora da archiviare.
Recuperare legittimità
Parigi, oggi, deve affrontare una doppia situazione: nei tre stati del Sahel – Mali, Burkina Faso e Niger – le giunte militari inizialmente sostenute dai giovani hanno rotto i legami con la Francia dopo anni di impegno militare contro i jihadisti. La Russia ha approfittato dell’eclisse francese, ma come abbiamo visto recentemente in Mali, non ha saputo risolvere i problemi di sicurezza, che al contrario si sono aggravati. I rapporti, qui, sono all’impasse.
Altrove nel mondo francofono, la Francia cerca di recuperare legittimità attraverso accordi economici e culturali, navigando nel frattempo tra i meandri dell’ingombrante eredità postcoloniale, come nel caso del Camerun guidato dal presidente Paul Biya, al potere da quarant’anni.
È dunque nell’allargamento su scala continentale che il messaggio di Parigi assume significato. In paesi anglofoni come il Kenya e il Sudafrica prende vita una collaborazione che potrebbe ridare slancio agli scambi in crisi, tra la negligenza di interi settori dell’economia francese e la concorrenza con il resto del mondo.
La posta in gioco è certamente economica, ma anche strategica. In questo momento nessuno può permettersi di ignorare l’Africa, se si tiene conto di quanto è giovane la sua popolazione, del peso demografico del continente e delle sue materie prime. In un mondo in piena ricomposizione, sotto la pressione di rinascite imperiali (statunitense, cinese, russa, turca) la Francia e l’Europa rischiano di ritrovarsi emarginate o sottoposte al vassallaggio, spettatrici del disordine mondiale.
Questa constatazione spiega i grandi accordi firmati dall’Europa in questo periodo (con l’India e con l’America Latina) e il riavvicinamento al Canada. L’Africa è un candidato naturale a relazioni più strette con il vecchio continente, per ragioni storiche e geografiche. A condizione di mettere da parte le inerzie e il complesso di superiorità ereditati dall’epoca coloniale, che pesano ancora sui rapporti tra nord e sud.
Siamo molto lontani dal discorso di Ouagadougou. Il mondo è cambiato, dunque deve cambiare anche il messaggio francese.
(Traduzione di Andrea Sparacino)