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La nuova guerra fredda del golfo Persico

Sostenitori del Consiglio di transizione del sud, il gruppo separatista yemenita appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti. Aden, Yemen, 10 gennaio 2026 (Fawaz Salman, Reuters/Contrasto)

In una regione già scossa dalla guerra in Iran, di recente è emersa una linea di frattura sempre più evidente tra i paesi del golfo Persico. È una spaccatura importante perché pesa sull’uscita dalla crisi, già difficile per le oscillazioni tra pace e guerra di Washington e Teheran, e perché complicherà pericolosamente la situazione regionale quando la crisi sarà superata.

Negli ultimi mesi ci sono state forti tensioni tra paesi che hanno in comune il fatto di aver subìto le rappresaglie iraniane agli attacchi statunitensi e israeliani. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno ormai due visioni contrastanti e sono impegnati in una vera e propria “guerra fredda”.

Gli Emirati, principale bersaglio dei missili e dei droni iraniani, hanno scelto di rafforzare il loro rapporto con Israele, principale potenza regionale a cui sono legati dagli Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita, che non ha firmato gli accordi, ha invece preso le distanze dalla linea dura del paese vicino.

La manifestazione più visibile di questo contrasto è la recente decisione presa dagli Emirati di lasciare l’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio. La svolta, più che al petrolio, è legata ai rapporti tra Riyadh e Abu Dhabi.

La tensione, in realtà, è precedente alla guerra in Iran. Già a dicembre i due paesi erano stati sull’orlo di uno scontro a proposito dello Yemen, con l’Arabia Saudita che accusava gli Emirati di sostenere i ribelli separatisti. Riyadh aveva concesso ad Abu Dhabi ventiquattr’ore di tempo per il ritiro delle sue truppe, e l’aveva ottenuto. Questa realtà è tanto più sorprendente se consideriamo che appena dieci anni fa i due paesi hanno condotto insieme una guerra nello Yemen.

Un segno di queste divergenze è un articolo firmato all’inizio della settimana dal principe Turki al Faisal, ex capo dei servizi di informazione sauditi ed ex ambasciatore a Washington, che evoca l’esistenza di un piano israeliano per trascinare l’Arabia Saudita in guerra contro l’Iran. Secondo Al Faisal, questo sprofonderebbe la regione nel caos, a tutto vantaggio di Israele. La tesi del principe è agli antipodi rispetto alla posizione degli Emirati e mostra l’evoluzione della regione negli ultimi mesi.

Su tutti i fronti

Gli Emirati e l’Arabia Saudita sono in contrasto su tutti i fronti. In Sudan sostengono schieramenti rivali nella guerra civile che devasta il paese. In Somaliland (la parte secessionista della Somalia) gli Emirati appoggiano gli israeliani che hanno appena riconosciuto il territorio situato davanti allo Yemen, mentre Riyadh difende il governo somalo. In Libano, i sauditi fanno pressione affinché il governo rinunci a negoziare con Israele ed eviti di stabilire relazioni con lo stato ebraico come vorrebbero gli statunitensi.

A causa del peso degli Emirati e dell’Arabia Saudita, lo scontro si estende inevitabilmente a tutta la regione e non solo: Turchia e Pakistan, per esempio, sono molto legati a Riyadh e si oppongono al riavvicinamento tra Emirati, Israele e Stati Uniti.

La guerra fredda tra Emirati e Arabia Saudita è uno dei contraccolpi del conflitto in corso, capace di evidenziare i limiti della protezione statunitense, la vulnerabilità dei paesi arabi del Golfo e l’onnipotenza israeliana nel raggiungere i suoi obiettivi. In futuro bisognerà ricostruire un intero equilibrio regionale. La deflagrazione cominciata nel 2023 non ha ancora finito di destabilizzare il Medio Oriente.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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