Gli Stati Uniti non sono più in vantaggio sulla Cina
Leggendo i rapporti che ha ricevuto in vista della sua partenza per Pechino, Donald Trump avrà sicuramente preso coscienza di un fatto importante: l’imminente vertice sino-americano sarà il primo nella storia in cui la Cina si considera alla pari degli Stati Uniti. In occasione della visita precedente di Trump a Pechino – nel 2017, durante il suo primo mandato – la Cina era ancora ufficialmente “in rimonta”, ma ora quella fase si è conclusa. La Cina ritiene di essere una superpotenza paragonabile agli Stati Uniti.
Vogliamo sperare che Trump sia stato informato del modo in cui i leader cinesi giudicano l’evoluzione degli Stati Uniti, evidente dal martellamento sui mezzi d’informazione autorizzati. Secondo Pechino, sono un paese in declino.
Per molto tempo gli Stati Uniti sono stati il modello assoluto della Cina. All’inizio degli anni duemila, quando ero corrispondente da Pechino, un sociologo del Partito comunista faceva riferimento in continuazione agli Stati Uniti. Quando gli ho fatto notare che non erano l’unico modello sociale possibile, mi ha risposto ridendo: “È vero, voi europei siete gli ultimi, veri socialisti”. Oggi una battuta simile non sarebbe possibile. Il professore non direbbe più le stesse cose, né sugli statunitensi né sugli europei.
I cinesi riconoscono i progressi tecnologici americani e apprezzano senza dubbio i loro prodotti, come è facile verificare entrando in uno degli Apple Store sparsi nelle grandi città cinesi. Ma allo stesso tempo registrano la mediocrità delle infrastrutture statunitensi rispetto a quelle che la Cina ha saputo costruire in tempi da record: treni ad alta velocità, automazione, robotizzazione, pagamenti elettronici e via dicendo.
Tempi lontani
Soprattutto, i cinesi vedono le immagini di un’America divisa, una democrazia malata che non fa più invidia a nessuno. Sono lontani i tempi in cui una raffigurazione della statua della libertà torreggiava in piazza Tiananmen, nella primavera di Pechino del 1989. Il colmo è che questo contesto Donald Trump, presidente instabile e arrogante, permette a Xi Jinping di presentarsi come modello di stabilità e rispetto.
Il trumpismo è estremamente utile alla propaganda del partito comunista, che lo sfrutta per far presente alla popolazione che nonostante i problemi economici e sociali, i cinesi sono fortunati ad avere Xi. A differenza di un Clinton cool o di un Bush (padre) rassicurante, grazie anche al suo passato di ambasciatore a Pechino, Trump non ispira né ammirazione né timore.
Il presidente degli Stati Uniti si presenta in Cina in cattive condizioni, impantanato nella guerra disastrosa in Iran. Trump chiederà a Xi di convincere Teheran a firmare l’accordo che è ancora sul tavolo, ma questo avrà un prezzo. Tra l’altro non possiamo dimenticare che l’anno scorso Trump ha fallito nel suo tentativo di mettere pressione alla Cina, imponendo dazi da record per poi fare marcia indietro quando Pechino ha risposto con un embargo sulle terre rare.
Gli Stati Uniti non sanno più che pesci pigliare con la Cina. Da dieci anni tentano di bloccare l’ascesa di Pechino con sanzioni tecnologiche durissime, avviate durante il primo mandato di Trump. Ma la Cina lavora da tempo per raggiungere l’autosufficienza e la riduzione delle dipendenze, e non se la cava male. Ne sono un esempio le auto elettriche, l’intelligenza artificiale e i robot.
Trump ha un tallone d’Achille che i cinesi hanno identificato: è ostile alla Cina ma allo stesso tempo è attratto dall’idea di un deal economico con un paese popolato da 1,4 miliardi di persone. Anche in questo caso Pechino può contare su un vantaggio: i cinesi capiscono gli statunitensi molto meglio di quanto gli questi capiscano i cinesi. E questo conta in una trattativa.
(Traduzione di Andrea Sparacino)