Itamar Ben Gvir, il ministro israeliano che semina odio
I colleghi di Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale israeliano, non hanno detto nulla quando lo hanno visto stappare una bottiglia di champagne in parlamento per festeggiare l’adozione della pena di morte esclusivamente per i palestinesi. Lo stesso silenzio si è ripetuto quando ha promesso di radere al suolo un villaggio palestinese se la giustizia internazionale avesse spiccato un mandato d’arresto contro di lui.
Il 20 maggio, però, Ben Gvir è riuscito a far innervosire perfino il ministro degli esteri israeliano Gideon Saar, che lo ha accusato di aver “danneggiato lo stato di Israele” umiliando in un video gli equipaggi della flottiglia per la Palestina, sequestrati in settimana nel Mediterraneo. “Tu non sei il volto di Israele”, ha scritto Saar in un tweet.
Ma la frittata, ormai, era fatta. Francia e Italia hanno convocato gli ambasciatori israeliani per protestare contro il trattamento riservato ai loro cittadini che erano a bordo della flottiglia.
Il problema è che Itamar Ben Gvir non è nuovo a questo genere di sceneggiate ed è abituato a ignorare le reazioni scandalizzate sia dei colleghi del governo sia dei paesi stranieri, che disprezza apertamente.
Il ministro viene dal movimento “kahanista”, dal nome del rabbino Meir Kahane, considerato talmente estremista che il suo partito è stato sciolto in Israele più di trent’anni fa per “terrorismo e razzismo”. Kahane fu ucciso a New York. Ma i tempi sono cambiati e quello che era considerato estremista nel 1990 oggi è la norma nella coalizione di governo israeliana.
Nei tre anni trascorsi al governo, Ben Gvir ha perseguito l’obiettivo della creazione del “grande Israele”. L’attacco del 7 ottobre 2023 degli islamisti di Hamas ha creato una situazione che lo rende possibile.
Nel frattempo c’è stato l’orrore di Gaza, con più di 70mila morti e la distruzione totale del territorio palestinese, accompagnato da una guerra meno evidente ma altrettanto spietata condotta contro i palestinesi della Cisgiordania. In settimana il quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che dall’inizio del 2023 i civili israeliani, quasi sempre coloni, hanno compiuto 5.375 attacchi violenti contro gli abitanti della Cisgiordania.
Il futuro è pace
Itamar Ben Gvir incarna un’identità politica e un comportamento estremisti che rischiano di valergli in tempi stretti un mandato d’arresto della Corte penale internazionale.
Ma resta ministro del governo guidato da Benjamin Netanyahu, che non lo ha mai sanzionato né sconfessato. Le prossime elezioni israeliane, previste per ottobre (e forse prima), ci faranno capire se l’opinione pubblica israeliana, in guerra da due anni e mezzo, è favorevole a questa linea dura.
Fortunatamente, in questo contesto non c’è solo l’odio. La sera del 19 maggio, a Parigi, due uomini provenienti da questa terra martoriata hanno presentato un libro. I loro nomi sono Aziz Abu Sarah e Moaz Inon. Aziz è palestinese e suo fratello è stato ucciso durante la seconda intifada. Moaz è israeliano e i suoi genitori sono stati uccisi il 7 ottobre 2023.
Il titolo del loro libro è emblematico: “Il futuro è pace”. All’interno del libro, Abu Sarah e Inon raccontano che “il dolore del lutto non ci ha trasformati in nemici. Al contrario, ci ha riavvicinati”. L’antitesi di tutto ciò che rappresenta Itamar Ben Gvir.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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