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Come salvare l’informazione ai tempi dell’intelligenza artificiale

Arthur Sulzberger, editore del New York Times, al World news media congress. Marsiglia, Francia, 1 giugno 2026 (Miguel Medina, Afp)

Un discorso pronunciato dal proprietario di uno dei giornali più influenti del mondo ha fatto scalpore. Il primo giugno Arthur Sulzberger, erede della famiglia che controlla il New York Times, era a Marsiglia per il congresso mondiale dei mezzi d’informazione. Le sue parole sono state pubblicate con il titolo “L’ia, il giornalismo e il futuro incerto della sfera pubblica”.

La posta in gioco, in effetti, non è tanto il giornalismo; non si tratta di una battaglia corporativa. In ballo c’è la democrazia o, almeno, l’accesso a un’informazione documentata, affidabile e pluralista, una condizione essenziale per avere un dibattito democratico.

Il proprietario del New York Times, giornale fondato 175 anni fa, si preoccupa per l’eccessivo potere dei giganti della tecnologia, che a suo parere stanno cercando di “smantellare definitivamente i diritti che ci permettono di controllare i contenuti che creiamo”. Le aziende di intelligenza artificiale, spiega, si appropriano dei dati senza permesso e senza pagare nulla. Per Sulzberger è un “furto”.

Negli ultimi vent’anni le piattaforme digitali sono riuscite ad accaparrarsi buona parte del valore che in passato era riservato alla stampa. E poiché non vogliono assumersi la responsabilità dei contenuti che diffondono, hanno favorito la disinformazione, l’odio online e un caos dell’informazione che pesa sul dibattito pubblico nelle società aperte.

L’intelligenza artificiale, che si diffonde rapidamente dal debutto di ChatGpt (quattro anni fa), non rappresenta solo l’ultimo sviluppo di questa tendenza, ma un cambio di paradigma: l’ia, infatti, non reindirizza il traffico verso altri siti come fanno i motori di ricerca, ma offre risposte strutturate che si basano su contenuti già pubblicati, usandoli senza che gli autori siano compensati e senza una verifica professionale o etica, come invece succede nei giornali. Nella giungla che sta soffocando il giornalismo e la capacità di creare un dibattito pubblico incentrato sui fatti, solo i più forti sopravvivranno.

Una risposta paradossale

Ed è qui che sorge il vero problema: il rapporto di forze è chiaramente sbilanciato a favore dei giganti della tecnologia. In questo senso Sulzberger sottolinea che “il valore combinato delle sei principali società specializzate nell’intelligenza artificiale ammonta a undicimila miliardi di dollari, tre volte il pil della Francia”.

Per quanto possa sembrare paradossale, la risposta migliore è proprio il giornalismo. Sulzberger insiste giustamente su un punto chiave: la stampa dovrebbe imporsi come “alternativa affidabile” al caos dell’informazione.

Per riuscirci, però, bisogna riconquistare un pubblico che non si fida più dei mezzi d’informazione tradizionali, e preferisce piattaforme che appaiono più “neutre”. Resta il fatto che quando l’intelligenza artificiale non permette più di distinguere il vero dal falso, la soluzione può essere solo il giornalismo professionale.

Sulzberger riprende un concetto proposto da Hannah Arendt molto prima dell’era di internet: le continue menzogne non portano a credere il falso, ma a non credere più a niente. E questo, aggiunge, “crea la sensazione crescente che non ci si possa più fidare di nulla, lasciando campo libero a una sfiducia paranoica a proposito di tutto o, ancora peggio, a uno scivolamento verso il nichilismo”.

In sé, l’intelligenza artificiale non è né buona né cattiva. I pericoli nascono quando mancano le regole. Il grido d’allarme di Sulzberger dovrebbe farci riflettere.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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