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Trump attacca Netanyahu per uscire dal pantano iraniano

Benjamin Netanyahu in conferenza stampa nella residenza di Donald Trump a Mar-a-Lago. Palm Beach, Florida, Stati Uniti, 29 dicembre 2025 (Jim Watson, Afp)

Quando Donald Trump vuole mostrare la sua autorità, tende a umiliare i suoi interlocutori. Il suo bersaglio, negli ultimi giorni, sembra essere Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano con cui è apparso spesso in sintonia e al cui fianco ha scatenato la guerra contro l’Iran ad aprile.

Il 9 giugno il presidente degli Stati Uniti ha convocato un giornalista a Washington (come fa spesso) e si è sfogato: “Ho detto a Bibi (il soprannome di Netanyahu) di stare attento, altrimenti presto si ritroverà solo”. Parlando con un altro giornalista, ha rincarato la dose: “Sono io che decido”. Poi ha precisato che se ci sarà un accordo con l’Iran, Netanyahu “non avrà altra scelta se non accettare”. A un terzo giornalista, infine, ha promesso che Netanyahu “farà tutto quello che gli dico”.

In Israele i rivali del primo ministro hanno sfruttato la situazione, una manna dal cielo in vista di elezioni che si annunciano decisive. Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore israeliano entrato in politica, ha mostrato un video in cui Trump ripete in loop: “Farà tutto quello che gli dico”, un modo per insinuare che Netanyahu sia ormai debole e incapace di resistere alle pressioni. Tutto questo sarebbe ridicolo, se non fosse che pesa sullo svolgimento delle guerre in corso in Libano e in Iran.

Negli ultimi giorni Israele ha rilanciato la guerra contro Hezbollah in Libano, minacciando di attaccare Beirut. L’Iran, a sua volta, ha ripreso il lancio di missili contro Israele, che ha risposto. Donald Trump, che vorrebbe a tutti i costi chiudere questa avventura militare, è apparso sopraffatto dall’escalation.

Netanyahu ha dovuto accettare di risparmiare Beirut, ma ha raddoppiato la violenza nel sud, dove Trump gli lascia campo libero. Il 9 giugno è stata colpita la città di Tiro, compreso il quartiere cristiano di questo centro abitato plurimillenario. Per il primo ministro israeliano questo sfoggio sfrenato di potenza nel sud del Libano è un modo per compensare la sospensione dell’attività in Iran e a Beirut a causa delle pressioni statunitensi. Israele, dunque, si accanisce sul Libano, a rischio di farlo implodere e nonostante l’apertura di una trattativa con il suo governo.

Il gioco delle parti

Davvero ci sono divergenze fra Trump e Netanyahu? Oppure è solo un gioco delle parti sullo sfondo della guerra? Sul fatto che i due leader non abbiano gli stessi interessi non c’è alcun dubbio: Trump vuole un accordo con l’Iran, ma non riesce a ottenerlo perché il regime di Teheran sfrutta il suo vantaggio, mentre Netanyahu vorrebbe distruggere il potenziale militare dell’Iran e dei suoi alleati regionali forte del sostegno dell’opinione pubblica israeliana.

Trump deve fare i conti con l’impopolarità crescente di Israele in una parte dell’elettorato statunitense del movimento Maga (make America great again), che considera lo stato ebraico responsabile dell’entrata degli Stati Uniti nella guerra, contro le promesse elettorali del presidente.

Niente di tutto questo rimette in causa l’alleanza tra i due paesi. Per ora il sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti a Israele non è indebolito e non sembra minacciato.

Ma la personalità di Trump lo porta a umiliare i suoi migliori alleati quando è nel suo interesse. Oggi, chiaramente, non vuole un’ennesima escalation. A farne le spese attualmente è Benjamin Netanyahu, o piuttosto il popolo libanese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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