Un dialogo senza illusioni tra pacifisti israeliani e palestinesi
Concediamo alla Francia il merito della perseveranza: il 12 giugno i rappresentanti della società civile israeliana e di quella palestinese si ritrovano a Parigi, a un anno di distanza da quando un’iniziativa simile aveva prodotto l’Appello di Parigi per la soluzione dei due stati, successivamente adottato dall’Assemblea generale della Nazioni Unite. Nel frattempo la Francia e molti altri paesi del mondo hanno riconosciuto lo stato palestinese, in un un processo che sembra andare avanti.
Il problema, però, è che l’obiettivo dei due stati non è mai sembrato così lontano, e oggi appare di fatto impossibile in una regione ancora dilaniata dalla guerra su diversi fronti. I sostenitori della pace israeliani e palestinesi presenti a Parigi rappresentano voci innegabilmente coraggiose, ma anche molto minoritarie all’interno delle rispettive società.
In questo momento nemmeno la Francia ha molte possibilità di farsi sentire, ritenuta ostile da Israele e tenuta a distanza dagli Stati Uniti. Il divieto di entrare nel territorio francese imposto al ministro israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich, incaricato di favorire la colonizzazione in Cisgiordania, ha scatenato la collera del governo israeliano. L’11 giugno la giornalista francese Alice Froussard è stata espulsa da Israele, in quella che somiglia molto a una ritorsione.
Dall’incontro di Parigi, insomma, non dobbiamo attenderci più di quanto prometta, ovvero una testimonianza della gravità della situazione e il coraggio di mostrare che una cooperazione tra israeliani e palestinesi è possibile.
L’iniziativa è anche un modo per non dimenticare il conflitto israelo-palestinese, passato in secondo piano dall’inizio della guerra in Iran e poi di quella in Libano. A Gaza, però, non è cambiato nulla. I due milioni di palestinesi sopravvivono ammassati nel 40 per cento del piccolo territorio, in condizioni indegne e senza la possibilità di ricostruire. Il cessate il fuoco è una finzione, come dimostra il fatto che il bilancio delle vittime dopo l’inizio della tregua abbia già superato i mille morti. In Cisgiordania, intanto, la violenza dei coloni si abbatte impietosamente sui palestinesi, nell’impunità generale.
Come prevedibile, il piano di Donald Trump per Gaza non è andato oltre la prima fase, e nel frattempo il presidente statunitense è passato a occuparsi di altro. Il suo Consiglio della pace non dà segni di vita.
Senza illusioni
Cosa si può fare per smuovere le acque? Bisogna essere onesti: non non molto. Le elezioni che si terranno in Israele tra qualche mese non cambieranno la situazione, anche se Benjamin Netanyahu dovesse perderle. L’opposizione, infatti, condivide con il primo ministro il rifiuto totale di consentire la nascita di un vero stato palestinese. L’amministrazione statunitense, l’unica a poter influire su Israele, è altrettanto ostile a questa prospettiva.
La determinazione dei paesi che continuano a sostenere la soluzione dei due stati è lodevole, ma si scontra con un dato di fatto: l’accelerazione del processo di colonizzazione rende l’ipotesi di uno stato palestinese sostanzialmente impossibile (e questo è il suo obiettivo esplicito del resto).
Da questa constatazione nasce lo scetticismo di chi osserva con sfiducia gli incontri come quello di Parigi e sospetta che siano solo un alibi per non agire in modo più determinato. L’Unione europea ha stabilito che Israele non rispetta le condizioni alla base dell’accordo di associazione, ma da allora non è successo nulla, perché manca il consenso necessario per agire.
Davanti alla sequenza di orrori in Medio Oriente a cui assistiamo ormai da tre anni, è giusto elogiare i pochi uomini e donne che tentano la via del dialogo. Ma allo stesso tempo non possiamo farci troppe illusioni.
(Traduzione di Andrea Sparacino)